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U MIËRCUDÌ DO CIÈNNËRË e l’inizio delle tradizioni Pasquali

U MIËRCUDÌ DO CIÈNNËRË
e l’inizio delle tradizioni Pasquali

Di G. D. Amendolara
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Storia inserita in Archivio > Tradizioni

La storia contiene termini dialettali.
I più incomprensibili sono parafrasati alla fine del testo

alla fine, video del servizio civile di Chiaromonte


‘Nnòmë dë Dìë
Assëfa a Dìë
Grazziàmënë a Dìë

Cosi dicevano le nostre nonne
quando iniziavano,
erano nel mezzo
e terminavano qualcosa


Passàtë Carnuværë, fërnùtë a fèstë, in tutti i sensi.
Con l’arrivo di febbraio e marzo si rianimavano le terre coi rumori delle zappe e i lamentii di zappaturë: Oh! Hi! mòrtaccìsë e quàntë si tòstë, solo due tra i tanti.
La minaccia del gelo incombeva ancora. Erano ben consci che da un momento all’altro poteva presentarsi la neve, infastidendoli ancor più che a gennaio, perchè di quella acquagnòsë, disgraziata e dannosa alle terre e agli alberi.
Nonostante tutto non demordevano e, ‘nnòmë dë Dìë e assèfa a Dìë, imperterriti continuavano con i loro doveri.

Il sepolcro nella Chiesa Madre di San Giovanni Battista.
Foto Ugo Breglia

Silenzio e preghiere rendevano un ricordo la gioiosità del carnevale.
Era u mièrcuëdì do ciènnërë, e per Chiaromonte iniziava il più lungo e sentito periodo tradizionale e religioso.
Alla chiamata le chiese¹ si riempivano di donne² accompagnate dai piccoli di famiglia, sorreggendo e rafforzando la fede e l’impegno verso Dio, ringraziandolo o chiedendogli una grazia, ancor di più se da farsi perdonare per le forti bestemmie dei consorti³.
Rientravano a casa benedette dalle Ceneri e con in mano un fagottino pieno di semi, grano o legumi, anch’essi benedetti, perché i lavurièllë avièna fǽ, un’antica tradizione tramandata che dicono risalga ai romani, riadattata poi dal Cristianesimo come segno di rinascita e di resurrezione del Cristo crocefisso.

Immaginatele le nostre nonne nella contemplazione religiosa, speranzose in quel Dio che tanto pregavano, amorevoli tutti i giorni verso quei germogli, nutrendoli di acqua e preghiere nei pochi istanti di luce concessagli, perché conservati al buio, simbolo della sofferenza del Cristo, fino alla loro esposizione in tutto il loro splendore il giovedì Santo nelle chiese, in segno e speranza di rinascita e di resurrezione.

“Òn sia mæië tuccæ' a carnë, ca non së mòrë pë nu iuòrnë”

Con la Quaresima iniziavano anche i fioretti e i digiuni, soprattutto della carne al venerdì sino a quello Santo. C’era anche chi, proprio al venerdì, digiunava tutto il giorno, un’usanza, però, poco seguita già ai tempi dei nostri nonni.
‘Ndo ròllëcèllë, ‘ndu paìsë e pë fòrë, orfane dei maiali, alloggiavano ora gli agnelli da sacrificare a Pasqua, e ‘ndi panærë, custodite come la cara cresima a causa dell’incertezza del clima marzàtëchë che incideva non poco sulle galline, finivano le prime uova pi pëccëllætë, assolutamente da non toccare, mànchë s’ammaccævënë a fæmë.

Cominciava così il lungo periodo quaresimale allu paìsë nuòstë, tra usi, costumi e tanta religiosità, mentre la terra lavorata, l’odore dei letami sparsi, gli alberi germogliati pronti a sbocciare e il via vai pë fòrë dë grànnë, zìnnë, mënzænë, nànnë e sërànnë, chi a cavàllë allu ciùccë e chi all’appèdë, annunciavano l’arrivo della primavera.
Grazziamënë a Dië u puòrchë aviènë accisë, o sauzizzë stëpætë, e accunn’atu pìcchë tuttë u rièstë. Mancava l’orto, ma u pulëvìnë aviènë fàttë, e tra sacrifici, speranze e preghiere, anche per loro Paschë arrëvævë, e vi assicuro, l’attendevano più del Natale.
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Note

1. Fino agli anni 60 a Chiaromonte le chiese erano due, la chiesa madre, San Giovanni, e la collegiata insigne di San Tommaso Apostolo.

2. La presenza maschile, almeno sino agli inizi del secondo dopoguerra, era ristretta. Gli uomini presenti a funzioni e, soprattutto, processioni, erano perlopiù appartenenti a movimenti o vicini ai parroci.

3. Il Chiaromontese, nei paesi limitrofi, è conosciuto come bestemmiatore, nomea che ancora qualcheduno ci accolla.

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Parafrasi termini dialettali

marzàtëchë: detto del clima del mese di marzo e della sua imprevedibilità
ammaccævënë: soffrire, patire la fame
pulëvìnë: semenzaio 

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