Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta anni 80. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni 80. Mostra tutti i post

BAR TOTIP (o totocalcio, o semplicemente il bar di Antonio)

di G.D. Amendolara
☙____________❧
Storia inserita in archivio > Operazione 80 nostalgia

Il “Bar Totip”. Giugno 1987.
Da destra: Antonio Donadio, Franco Cafaro (dietro), Paolo Cicale, Antonio Picone, 
Antonio Alberti, Antonio Trabucco. 
Le bambine: Rosita De Salvo (destra), Mariana Trabucco (sinistra).
Foto Archivio fotografico fam. Amendolara Franco

✻

Ringrazio di cuore Rossella Donadio, figlia di Antonio.

✻

Ad Antonio Donadio
un amico, un grande Chiaromontese



Ah, la nostalgia…
Quello stato d’animo dalle mille sfaccettature alla disperata ricerca di ciò che è stato e non c’è più.
È buffa la nostalgia: trattiene forte le redini degli umori e ti trascina con sé, poiché sa come passeggiare nel tempo attraverso quel ponte da essa costruito, l’unico passaggio che collega ieri a oggi.
È una scintilla, sempre lei la nostalgia.
Ad innescarla è il subconscio.
D’un tratto, così, come se nulla fosse, spalanca lo scrigno dei ricordi che cuore e mente custodiscono gelosamente, ed è impossibile fermarli, scorrono veloci, uno richiama l’altro, proprio come quando ti torna in mente il bar di Antonio.
E cominci…

Ricordi?
La serranda. Quella che a pochi torna in mente, ma la prima ad annunciare col suo brusco rumore all’apertura l’inizio della mattinata Chiaromontese, dal martedì al sabato, alle 06.30.
Chiudeva alle tredici per il pranzo e alla sera attorno alle ventuno. In estate un po' più tardi, ma puntuale ad ogni passaggio di funerale, con tanto di invito al silenzio da parte di Antonio.
E il gorgoglio e lo sbuffo del vapore della macchina del caffè? Loro, prima delle 07.00, anticipavano il suo della sirena delle 08.00.
Nonostante l’abitudine per molti di bere il caffè a casa, grazie alla presenza di molti uffici e attività nel centro storico, già dall’apertura, e almeno sino a mezzogiorno, grazie alla numerosa presenza di clienti, i continui tum! tum! tum! del filtro sbattuto, il tintinnio delle tazze, il frastuono del macinacaffè e il fischio del vapore, componevano la colonna sonora delle mattinate Chiaromontesi.
E le tabelle dell’Algida e della Eldorado?
Le ricordi?
Quelle affisse all’esterno.
Più che il prezzo dei gelati, indicavano il cambio di stagione.
Praticamente: affisse equivalevano a estate, tolte… nostalgia.
E le sedie?
Quelle con le corde di plastica intrecciate, tipiche degli anni 70 e 80.
Blu, rosse, verdi, arancio e gialle, con o senza braccioli; comode, certo, ma pronte a lasciarti un bel segno sulle cosce quando d’estate ti sedevi in pantaloncini.
E guai se i bambini tentavano di infilare le dita tra le fessure delle corde. Non sia mai…
Anche i tavoli erano l’emblema dell’arredo dei bar di quegli anni. Dell'Algida o della Peroni, bianchi coi piedi di metallo o plastica: all’apparenza deboli, ma incredibilmente resistenti ai colpi dei giocatori di carte.
E ricordi l’altro “complemento d’arredo”?
Parlo delle casse della birra, quelle gialle e rosse della Peroni o della Raffo.
Sfilavano a decine, tutti i giorni.
Con le bottiglie piene finivano dritte nel ripostiglio; con quelle vuote, impilate a decina, occupavano lo spazio tra il flipper e il telefono, mentre non poche finivano nelle mani di chi diceva “po ta tòrnë” ma non la tornava mai.
Il telefono…
di quelli grigi, a cassone, funzionante col gettone da 200 lire.
Con l’elenco telefonico e le Pagine Gialle poggiati sopra, già dalla fine di agosto quel telefono diventava meta dei ragazzi, pronti a risentire gli amici appena partiti o gli amori estivi nati negli angoli nascosti del paese.
E i videogames?
La mia generazione li ricorda benissimo.
Tutti all’avanguardia: Golden Axe, Outrun, Pac-man, quelli del calcio, Street Fighter e molti altri ancora.
Cinquanta o cento lire a partita, a seconda del cabinato, e duecento o cinquecento lire per il flipper, dove non mancava mai una gara a premi. E poi c’erano le imprecazione dei giocatori, sempre giovani, pronte a destare i giocatori di carte.
Loro, si, proprio loro: i giocatori di carte.
Presenti fin dall’apertura pomeridiana, riempivano il bar di fumo e imprecazioni.
Oh! Còmë faciènë! Parevano contendersi chissà quale masseria.
Con loro si sedeva spesso anche Antonio, pronto a farsi una partita, ma anche a scattare in piedi per servire i clienti al bancone… con una rapidità a dipesa della mano che giocava.
E il bancone? lo ricordi?
Anche quello, un classico di quegli anni: scuro, specchiato, col ripiano in metallo completamente graffiato.
Pareva un tutt’uno col pozzo dei gelati e la vetrina dove trovavi merendine, dolciumi e schedine.
Il Totocalcio e il Totip dapprima, e in seguito anche il Totogol e il Totosei, giocate soprattutto al sabato, quando la stampante, con il suo rumore stridente, pareva impazzire, fino all’ultimo secondo utile prima della chiusura delle giocate.
Dietro al bancone, sulla scaffalatura, si allineavano le classiche bottiglie di liquore, le più consumate dai clienti. In cima, in fila indiana, c’erano invece decine di bottigliette mignon, pronte alla consumazione ma destinate, soprattutto, a finire in una delle tante collezioni custodite nelle case Chiaromontesi.
E ricordi i boeri nella loro torretta, la tabella nera dei prezzi quasi mai aggiornata, il fumo asfissiante delle sigarette, i cartelli scritti a mano, le patatine all’entrata, se non ricordo male anche il jukebox, tutti gli snack in voga all’epoca, dal Raiders allo Snickers. E poi i clienti fissi, e Giovanni e Daniele, pronti ad aiutare il padre in estate e nelle feste, quando la gente si ammassava.
E ricordi…
Ricordi il BAR TOTIP, o Totocalcio, o semplicemente il “bar di Antonio”?
Così lo chiamavano i ragazzi degli anni Ottanta, per via di quell’unica insegna che lo indicava: Totip, per l’appunto. 
Un bar semplice, senza fronzoli, dalle pareti gialline decorate con qualche quadretto sparso qua e là.
Era lì che si trovava il meglio di quel decennio, degli anni Ottanta, ma anche dei Novanta.
Ed era lì che trovavi Antonio, la vera anima di quel locale, più di tutti gli elementi appena elencati: un omone pacato, gentile. Una bellissima persona, di sani principi, vero, di poche parole, ma con occhi pronti a raccontare i duri sacrifici affrontati in una vita che non gli si presentò per nulla semplice.
Per i ragazzi gestiva quel bar da chissà quanti anni; non ne conoscevano la storia, né la sua lunga esperienza dietro al bancone, cominciata molto tempo prima col fratello Nicola nel bar dello zio Raffaele.
Ed è ancora lì che lo vediamo, Antonio, mentre batte il filtro del caffè, scambia due parole con amici e clienti, o è immerso in una partita a carte, con la sigaretta tra le labbra.
È ancora lì, Antonio, a prenderci un gelato, a versare un bicchiere di Coca-Cola o un bicchierino di liquore, a servire una birra dopo l’altra e a scambiare mille lire per dieci monete da cento, pronte a finire nei videogames. Ed è ancora lì a fumare un'altra sigaretta, fuori, magari da solo.
Sì, Antonio è ancora là. Anche se non c’è più, e nonostante dopo di lui si siano succedute diverse gestioni.
È ancora lì ad accogliere i suoi clienti, fissi e di passaggio, e a insegnarci la sua lezione più bella: è con la semplicità che si entra nel cuore e nel ricordo di tutti. Ma, soprattutto, nella storia.
______________

Antonio, al centro, insieme ad altri due personaggi storici di Chiaromonte:
Roberto Figundio (sinistra) e Renato Pozzi (destra)
_____________

______________

Collegamenti alla storia

Leggi tutte le storie sui memorabili anni 80. Clicca qui

______________

NATALE 1985



Di G. D. Amendolara
☙__________________❧
Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi


La neve di Natale 1985


Nota: il ricordo che state per leggere, e i dettagli ad esso annessi, sono frutto di un lavoro d'impulso, quindi veloce. Presenta sicuramente qualche errore ortografico, ma nel pochissimo tempo a disposizione il desiderio di condivisione sorpassava di gran lungo tutto il resto.
Vi auguro buona lettura.


24 dicembre 1985.
Una vigilia di Natale come le altre, almeno sino ad allora.
Freddo, nemmeno tanto, molto strano per quei tempi dagli autunno che parevano inverni e con i cannuièrë penzolanti sin da metà mese anche senza neve.
Il cielo sin dal mattino non prometteva bene. Strano, dallo sfondo bianco con banchi di nuvole grigie che lentamente attraversavano Chiaromonte. Pareva cielo da neve, ma troppo aperto per regalare la speranza di un bianco Natale come non accadeva da anni.
Calato il buio, a casa nostra il fuoco nel camino, in procinto di estinguersi in attesa della posa del Ceppo di Natale, coi suoi ultimi tizzoni cominciò a scaldare come se alimentato da chissà quanta legna.
“U fuòchë còcë” esclamò la nonna. “Avìssa nëvëcæ?”.
Lo diceva tutte le volte che il fuoco era “caldo assai”, scatenando curiosità in noi bambini che correvamo impazziti alla finestra che affaccia sul Purtiello, rimanendo puntualmente delusi, ma non quella sera.
Le urla di gioia confermarono le previsioni del fuoco. Nevicava, e anche bene.
I fiocchi caddero copiosamente continuando tutta sera e anche la notte.
Ci risvegliammo sotto un manto di neve spesso oltre 50 cm, chi la misurò dice addirittura 65.
Era Natale, finalmente il bianco Natale, e Chiaromonte vestito di bianco pareva il presepe più bello del mondo.
La neve durò intatta alcuni giorni.
Cominciò a sciogliersi il 28 dicembre a causa di un misto pioggia-neve, nèva fràcëdë come diciamo in dialetto.
Quella meravigliosa sorpresa parve quasi un preavviso di ciò che accadde due mesi più tardi, esattamente la notte tra l’11 e il 12 febbraio del 1986, con la nevicata straordinaria caduta tra il centro e parte del sud Italia, inclusa Chiaromonte.
La nevicata del 24 dicembre 1985 regalò tanta gioia nei Chiaromontesi, soprattutto nei bambini e nei ragazzi.
Da allora, seppur non con lo stesso effetto, ci furono altri bianco Natale.
Nel 2001 nevicò abbondantemente fino agli inizi della seconda metà di dicembre. Passammo il Natale con qualche chiazza di neve sparsa tra il paese e parte delle campagne.
Nel 2003 invece di neve ne cadde tanta, ma il 23 dicembre, mentre il 24 dicembre 2024 cominciò a nevicare sin dalle prime ore del mattino, sciogliendosi poi in un nonnulla a causa della pioggia caduta il giorno stesso.
Non dimentichiamo nemmeno il 1973, quando di neve ne cadde in abbondanza sin dai primi del mese, e da menzionare è anche il 1987, quando durante la rappresentazione del presente vivente in piazza, qualche chicco di neve lasciò ben sperare, ma passammo il giorno di Natale con una bella giornata di sole.
La spolverata del 1987

La nevicata del 1985, seppur creò qualche disagio, rimase impressa nella memoria di tantissimi Chiaromontesi.
Un evento non raro quello della neve, seppur negli anni 80 e 90 la sua mancanza non faceva sentire.
Oggi la neve è ormai un illusione di un giorno o due al massimo, sempre a gennaio, e la pioggia la porta via come se nulla fosse.
Chissà mai se rivedremo un Bianco Natale.
La storia insegna che tutto passa, tutto cambia ma soprattutto tutto torna, proprio come la neve a Natale sul presepe più bello del mondo.

________________

GHIÈRË STAGGIÒNË l’inizio dell’estate negli anni 80

Di G. D. Amendolara
☙_________________❧
Inserita in Archivio > Storie Chiaromontesi

Torneo di calcetto fine anni 80 vinto dal bar 2000
di Giovanni Sarubbi.
In foto: dietro Mariano Masciarelli, Pino Percoco, Giovanni Sarubbi,
Mario Grossi, Alfredo Murro. Davanti, Tonino Puppo, Fabrizio De Marco Grandinetti.
Foto: Fam. Giovanni Sarubbi

✻
La storia contiene termini dialettali.
Alla fine del testo la traduzione dei termini ritenuti incomprensibili


Giugno, anni 80.
Passato San Giovanni iniziavano le vacanze per ragazzi e bambini di quel decennio fantastico.
Nessuna nostalgia per la festa e tutto il suo contorno, dalla fiera al luna park. Avevano altro a cui pensare, e poi il paese tutti i giorni ièrë na fèrë¹, soprattutto in piazza e dintorni grazie agli ambulanti abituali che occupavano ogni angolo disponibile: Nicola u Sënësærë al palazzo dei Cuccarese, Gësèppë u Sënësærë sottë a chiànghë d’Artùrë come u pëscëvènnuwë, u Tursëtænë alla Còstë e Sciambiònë ‘nda chiàzzë con la sua bancarella coperta dall’ombrellone blu-arancio ormai sbiadito dal tempo.
La sirena delle otto ufficializzava l’inizio della giornata, anche se il paese era sveglio già da qualche ora.
Da un momento all’altro Pascælë u bannëtòrë col suo “ATTENZIONE!”, rigorosamente dopo vari colpi di prova al microfono, gettava il bando annunciando spesso l’interruzione idrica, incompresa in quei giugno tanto piovosi.
Accummënzævë accussì n’ata fèrë, ‘ndi strìttuwë però, coi camion “I PATAN, I PATAN A CINQ MILA LIR O CHIL” e “MOBILI VECCHIA, ROBA VECCHIA”, e gli ambulanti a piedi come i pannacciari pugliesi, i venditori di scope e i marocchini² che con il loro YEP speravano di vendere almeno uno dë tuttë chìllë struòglië trasportati a spalla.
La buona stagione scatenava anche i cantieri all’aperto, a decine. Sia all’esterno che all’interno i màstrë accompagnavano i colpi dë cucchiærë e le impastate di cemento con fischiate e canzoni incomprensibili, e mentre alle fontane, Tuwuë e Grùttë dë l’Acquë in primis, si formavano le file per raccogliere l’acqua, arrivava mezzogiorno, mënævë nu truònë e pësciævë a gallìnë.
Chiaromonte. Pomeriggio metà anni 80

La sirena delle cinque, sovrastata dal giocoso garrito delle rondinelle che riempivano il cielo del paese, annunciava l’inizio dei pomeriggi Chiaromontesi, aggraziati dalla frescura di quei tempi. Infatti, non era insolito vedere qualcuno indossare le maniche lunghe. In verità gli anziani non rinunciavano ne al maglioncino e tantomeno alla giacca nemmeno ad agosto.
Gli anziani in piazza sempre con la giacca,
anche ad agosto.

Si radunavano i giovani.
Il punto d’incontro principale era lo zampillo, ma li trovavi ovunque, tra una passeggiata, la sosta al monumento, molteplici partite al biliardino al chiosco, con motorini o in bici, giocate a pallone in strada o proprio allo zampillo, un gelato a “La Terrazza” o da Nicola Donadio, una partita ai videogames da Sarubbi, Antonio o Cacchiònë, o tra i vicoli a giocare a qualsiasi cosa in qualsiasi posto e a qualsiasi rischio perché non pochi erano i palloni bucati, le sgridate e le minacce subite, ma anche i vetri rotti, i vasi spazzati in aria e quelle pallonate che povero chi finiva sotto un tiro maldestro.
No! Non sto inventando niente. Il paese era completamente vivo e in continuo fermento. E se lo era…
Giro di Basilicata, 1987.
Foto archivio fam. Amendolara Franco

A giorni rientravano i fuori sede³ e arrivavano i primi “turisti”⁴.
Cominciavano le “colonie giornaliere” per il mare, passava quasi certamente una tappa del giro di Basilicata (una festa per i più giovani pronti ad accaparrare quanti più gadget possibili), arrivava il circo al campo sportivo e iniziavano i tornei di calcetto in piazza, quelli dove i giocatori cercavano soprattutto di non volare dalle scale della chiesa, e se non sbaglio anche qualche edizione dei giochi della gioventù.
Torneo di calcetto in piazza. Fine anni 80.
Foto fam. Giovanni Sarubbi

Ripeto: non c’era spazio per la nostalgia della festa appena passata.
Era giugno, gli ultimi suoi giorni, iniziava ufficialmente l’estate, ghièrë staggiònë, e il meglio stava per arrivare.
La piazza in attesa del Giro di Basilicata. 1987.
Foto archivio fam. Franco Amendolara

_________________

Traduzioni termini ritenuti incomprensibili

chiànghë: macelleria
còstë: è la parete che parte da casa dei Figundio e arriva oggi ai parcheggi
struòglië: stracci o oggetti in generali ammassati o disordinati

_________________

Note
1- espressione dialettale che definisce un momento caotico, spesso il vociferio o rumore continuo e fastidioso
2 - in dialetto con marocchino si identifica chiunque abiti nella fascia del Magreb, che sia Marocchino, Algerino o Tunisino. Spesso vengono chiamati così anche i subsahariani. Non è assolutamente un termine razziale. Anzi, a Chiaromonte vengono addirittura chiamati con un altro termine, cuggì, ovvero cugino.
3 - Fuori sede, in qualità di studenti, in quegli anni ve ne erano pochi. Qualcuno studiava a Maratea o Sant'Arcangelo, ma la stra maggioranza dei ragazzi preferiva Senise o Latronico, facilmente collegati al paese, e pochi erano gli universitari. Dalla metà degli anni 90 si invertì la rotta ed aumentarono sempre più le partenze verso scuole e università fuori regione.
4 - con turisti si identifica (bonariamente) gli emigranti e le loro famiglie che rientrano in estate. 

__________________

Collegamenti alla Storia

E pùrë goië pìscë a gallìnë

______________

Truònë dë vièrnë

di G.D. Amendolara
☙_____________❧
Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi


Nevicata negli anni 80.
Monumento ai Caduti

______________________

La storia contiene termini dialettali
__________________


Il sole di gennaio andava e veniva.
Scopriva le montagne coperte di neve ma non le cime del massiccio, con quelle non riusciva.
Bello, luminoso ma per niente caldo, perché nulla poteva contro le gelate di quegli inverni.
Ricordo bene quando per andare a scuola salivamo le gradinate di Cuccarësë che portano in piazza attenti a mettere i piedi sòpë i pëtrèllë, perché i cordoni erano ricoperti di ghiaccio, e guai a camminare sotto tetti e balconionde evitare la caduta dicannuièrë. E ghiacciate erano le fontane, i tubi dell’acqua, lo zampillo e i panni stesi ai balconi di fèssë.
Gennaio era cosi, un po’ come marzo, ora cielo azzurro e ora completamente coperto da nuvole compatte e bianche, con pochi rovesci, dacché ricordi, ma su cièlë scënnìë attirava su di se tutti gli sguardi…

Nevicata gennaio 1987

Era il 1991, periodo da Cannëlòrë.
Cominciò a nevicare come non accadeva da qualche anno.
Fiocchi grossi che in poco tempo accumularono uno strato che fece ben sperare, tanto che il giorno dopo chiusero uffici e scuole.
All’improvviso al mattino cominciò a piovere e in men che non si dica quasi sciolse tutto il manto bianco che ricopriva Chiaromonte.
Mentre la rassegnazione prevalse sulla gioia, un insolito rumore drizzò le orecchie di tutti. Un tuono che spezzò la pace tipica dell’inverno.

“Truònë dë vièrnë pòrtë a nevë”

dicevano i nostri nonni, e difatti ricominciò a nevicare copiosamente.
Ne cadde tanta, uno strato di circa sessanta centimetri che per il peso fece saltare la corrente, tanto che a casa nostra ospitammo alcuni studenti della scuola infermieristica rimasti al freddo e al buio.
Il mattino dopo, con le scuole rimaste chiuse, ragazzi e ragazze scatenarono la loro felicità fuori casa, chi a farsi la guerra di palle di neve in piazza, chi a gareggiare allu pënnìnë du Cummèndë con slittini fatti di sacchi di plastica, tabelle dei gelati e altri materiali alla mano e chi semplicemente a passeggiare mentre, con non poche difficoltà, dalla chiesa usciva un funerale…


Nevicata gennaio 1993.
Quell'anno in un mese nevicò abbondantemente
ben due volte.
Fotogramma da video dell'archivio
video fotografico Fam. Franco Amendolara

Di neve ne cadeva tanta a Chiaromonte, anche più volte nello stesso inverno, senza pensare al disagio che provocava, ma felici del miracolo che donava soprattutto agli ulivi, alle vigne e a tutte le terre da coltivare.
Un tempo la prima neve cadeva già nella seconda metà di novembre, tanto che spesso raccoglievano le olive accendendo falò tra le piante per scioglierla e non morire di freddo.
Si ricorda spesso la famosa nevicata del 56, ma memorabili furono anche quella del lungo inverno del 1971 e tra il 1985 e 1986, per non parlare degli anni 30 del secolo scorso testimoniata da una foto che più volte ho pubblicato.
Oggi la neve che veste di bianco Chiaromonte spesso va via in un nonnulla. Alimenta tanta nostalgia e riaccende mille ricordi in noi che in quella neve alta e soffice abbiamo vissuto tra i momenti più belli della vita nostra e del nostro amato paese.

Parco Torri della Spiga.
Metà anni 90


_________________

OTTO DICEMBRE, UN GIORNO, DUE FESTE

Di G.D. Amendolara
☙_______________❧
Storia inserita in Archivio > Storie Chiaromontesi

Due generazioni in grotta agli inizi degli anni 2000.
Foto G. Durante

Chiaromonte, 8 dicembre.
Il sole è sorto da poco e il suo fievole calore lotta contro l’impenetrabilità del freddo.
La neve sulle montagne alimenta in noi la speranza di vederne cadere sul paese, ma raramente accade prima di Natale. Al massimo spolvera e scatena le ire di chi raccoglie le olive.
Al forte odore dei camini accesi si sposa quello del fritto.
È festa, è da ‘Mmaculætë, e i scaudatièllë non pònë mangæ.
Sono i dolcetti tradizionali, chiamati anche i dòlcë di pòvërièllë per i pochi ingredienti che richiedono, come a pëgnulætë, arricchita però dal miele e dagli zuccherini colorati.
Per le zeppole e i cauzungìnë c’è ancora da aspettare, ma in qualche casa è possibile trovarne, se tempo e forza lo hanno permesso, vista la campagna di raccolta delle olive che impegna quasi tutte le famiglie.
Alle dieci e mezza la campana della chiamata riempie la piazza. Centinaia di fedeli, ben vestiti, acconciati e ‘mbërluccætë, affollano all’inverosimile la chiesa per la solenne messa, mentre all’esterno il passeggio si riempie di gente, così come i bar aperti.
A mezzogiorno risuonano le campane. È finita la messa e i fedeli escono ammaliati dal presepe realizzato dai volontari e dal parroco.
In un niente si svuotano la piazza, il passeggio e i bar. È ora di pranzo, e ora viene il bello, perché è du SpërtusaVùttë, e u vìnë nuòvë s’edda assaggiæ.
Che prëcëssiònë dòppë mangiætë pë dërètë i mùrë, in paese e pùrë pë fòrë.
Nessuna grùtta chiusa. Tutte aperte, cu përtùccë pròndë e anguna cosarèllë da mangiæ sòpë a buffëttèllë.
In qualcuna si porta avanti ancora un’antica tradizione legata sia alla festa che al periodo di caccia. Infatti, proprio i cacciatori nel giorno dell’Immacolata servivano ai loro compari un gatto selvatico cucinato ‘nda pëgnætë. Anche chi non è cacciatore cercava e cerca di portarla avanti, ma con uno dei tanti gatti randagi che girano in paese¹.

SpërtusaVùttë anni 30.
Foto Enzo Figundio

La sirena delle diciassette ufficializza l’inizio delle feste natalizie.
Partono le canzoni dall’altoparlante sul campanile. Le classiche din don dan, tu scendi dalle stelle, astro del ciel e le zampogne che spesso pare prendano una curva alla cuccætë a causa della cassetta o dell’LP ormai datati.
Fanno la loro comparsa anche i petardi, che sino a capodanno non lasceranno indenni nemmeno i bidoni della spazzatura.
Mancano solo le luci e gli addobbi nei negozi e per le strade, ma come sempre, se non è il quindici non faranno la loro comparsa.
Scende così la notte su Chiaromonte.
Le strade vuote d’un tratto si riempiono dë scìmmië e cuccuvèllë ‘mbëllëcciætë² ca murë murë së rëcògliënë alla cæsë.
Smette di fumare l’ultimo camino.
Il silenzio si sposa col gelo, e con l’ultimo botto che spara lontano finisce l’otto dicembre, per Chiaromonte un giorno, due feste.
E còmë a nièndë arrìvë Natælë…


Note:

1 Una tradizione del tutto perduta, almeno...
2 scìmmië e cuccuvèllë ‘mbëllëcciætë sono tre modi di dire di una persona ubriaca, alticcia.

Storie allegate
(Cliccate sul titolo)


______________

Prièvëtë e prëssèpië


Di G.D. Amendolara
☙______________❧
Storia inserita in Archivio > Chiaromontesi raccontano




Don Franco Ferrara, a sinistra, e Don Lorenzo, a destra



Questa storia contiene termini dialettali


___________________



Le aveva comprate a Napoli.
Ne era orgoglioso, e per questo del suo presepe Don Lorenzo ne parlava sempre con tutti.
Da quando assunse il ruolo di cappellano dell’Ospedale, curava nei minimi particolari quell’opera realizzata nell’atrio del vecchio plesso.
Dipendenti e Benedetta la centralinista davano il loro aiuto, ma mai quanto il suo braccio destro, Tonino Viola, che di presepi ne realizzava già nella sua casetta allu Purtièllë.
Per la Chiesa di San Giovanni le cose funzionavano diversamente, grazie alla folta schiera di fedeli.
Fino alla chiusura al culto della chiesa di San Tommaso, quindi fine anni 60, la realizzazione del presepe altro non era che l’apice della loro rivalità.
‘Ndramèndë chi prièvëtë marchëngëgnævënë a còmë u fǽ, i parrocchiani raccoglievano spòrtë di muschio, tavole, tavëllùnë, pietre, cemento, tegole, chiuòvë, stràzzë viècchië e quàndë chiù putiènë e servito alla realizzazione dell’opera.
‘Ngumëngiævënë a ‘ngiarmiǽ a fine novembre, e o vëdièsë che manghë i màstrë sòpë a nu candièrë, cu prèvëtë ca facìë da gëgòmëtrë e capë mastrë, e tuttë l’ætë a fǽ da manuvælë e dëscìbbuwë, in primis bambini e ragazzi, per far si che fosse pronto per il giorno prestabilito, di solito l’otto di dicembre o, al massimo, Santa Lucia.
Di questa rivalità ne sono testimone, in quanto mio padre appartenente a San Tommaso e mia madre a San Giovanni. È classico sentirli ogni anno ricordare l’uno all’altro “il mio è più bello”.

La chiusura della chiesa di San Tommaso diede fine alle rivalità.
Gli anni 80, e il concentramento dei fedeli in una sola Chiesa, non fecero venir meno ne impegno e ne passione.
Don Franco Ferrara prima e Don Vincenzo Lofrano a seguire arricchirono la festa con tanto di eventi in Chiesa, e di rappresentazioni della Natività che vedeva poi esposto il bambinello in piazza fino all’Epifania.


Il primo presepe realizzato
da Don Vincenzo Lofrano e i fedeli nel 1987


Venne anche il nuovo millennio, che dalla piazza portò via la realizzazione del presepe e l’esposizione del bambinello (da quando un “povero diavolo” decise di distruggerne una copia), e la natività rare volte è andata in scena, in Chiesa o tra le vie del centro storico, ma sempre con grande coinvolgimento dei fedeli.
Il presepe in chiesa, invece, del tempo non ha paura, ed è sempre li, ogni anno più bello, pronto a scaldare i cuori dei fedeli, e non solo.


Altare di San Giovanni addobbato per Natale.
1958

Tornando alla rivalità, tra le due chiese chi realizzava il presepe più bello?
Entrambe.
Non hanno mai sfigurato, nemmeno quando ne rimase una sola aperta al culto, con un solo presepe e un solo Parroco.
E non escludo Don Lorenzo, che con le sue meravigliose opere, oltre che un atto di devozione, regalava ai pazienti dell’ospedale quei momenti di spensieratezza e speranza dei quali avevano bisogno.


_____________



Dicembre, Chiaromonte e gli anni 80

Di G.D. Amendolara
☙______________❧
Storia inserita in Archivio > Operazione Nostalgia anni 80


Dicembre.
Il freddo rigido aveva anticipato l’arrivo dell’inverno, che i cannuièrë non attendevano la prima neve per poter fare la loro comparsa.
Le montagne, coperte dalle nuvole, raramente mostravano a pieno la neve che le copriva.
Poche erano le giornate soleggiate.
Il fumo dei comignoli si mimetizzava con il cielo bianco osservato da ragazzi e bambini speranzosi di veder cadere i primi fiocchi di neve .
Ecco come si presentava il panorama negli anni 80,
con la neve sulle montagne che si sarebbe sciolta in primavera,
ma quasi del tutto permanente su Caramola e massiccio del Pollino


 
Fotogramma Rai©.
Chiaromonte anni 80
In piazza, dove circolavano più mezzi che persone, Sciambiònë aveva chiuso la baracchina all’esterno del negozio, e allë tubbë nessuno era fermo per una chiacchierata.
Per incontrare facilmente qualcuno bastava fare un giro per le campagne, dove si ultimava la raccolta delle olive, o nei frantoi, dove il profumo dell’olio nuovo ìëpë l’arië.

Il chiosco, in anticipo su tutti, aveva già addobbato la vetrina con la catena luminosa, così come Egidio il tabaccaio e Figundio con le cartoline natalizie.
Nelle scuole i preparativi per le classiche recite a tema coinvolgevano numerosi alunni, e con le feste ormai alle porte, si attendeva l’installazione delle luminarie per le vie principali, che come sempre si faceva aspettare.


Io e Rocco Zito. Recita di Natale 1987

Le temperature rigide non avrebbero trattenuto i giovani desiderosi di una passeggiata o di una chiacchiera seduto sulle panchine gelate del corso e dello zampillo.
Altri, soprattutto maschi, si radunavano nei bar in attesa di una partita ai videogames, mentre gli adulti tra urla, fumo e imprecazioni, caratterizzavano quei pomeriggi, mentre all’esterno pareva essere caduto chissà quale armistizio.

I botti avevano fatto la loro comparsa già da qualche settimana, ma dal primo, e soprattutto dopo la sirena delle cinque, nessun angolo del paese rimaneva illeso.


Egidio il tabaccaio con i suoi clienti affezionati
©Roberto Lacava

A ripristinare la calma ci pensava il tocco della campana delle sette e mezza, che strade e locali avrebbe svuotato.
Tutti a casa, con attenzione rivolta verso il meteo, speranzosi di vedere la neve tanto attesa.
Il rumore delle saracinesche dei negozi che chiudevano davano inizio alla sera.
L’ultima era quella di Egidio il tabaccaio che, attraversando una piazza deserta, si inoltrava nei vicoli per tornare a casa, mentre gli ultimi comignoli smettevano di fumare, e un ultimo botto in lontananza si sarebbe sentiva sparare.

Cosi aveva inizio dicembre negli anni 80, dove l’aria di festa aveva il profumo del fritto nei vicoli, che zeppulë, cauzungìnë e scaudatièllë preparavano.
A giorni sarebbero apparse le luminarie, mostrati i presepi in chiesa e all’ospedale, apparsi i giochi belli sugli scaffali del minimarket, sicuramente qualche zampognaro in giro casa per casa e sarebbero state diffuse le canzoni prima della messa, perché arrivava l'otto, e iniziava la festa… Arrivava Natale.


_____________

'Mbærë ch’è nëvëcætë a Pullìnë


La piazza nel 1986.
Archivio fam. Amendolara Franco



di G.D. Amendolara
☙_______________❧

Storia inserita in Archivio > Chiaromontesi raccontano



La sirena delle otto spezzava il silenzio.
Qualche minuto dopo Pasquale il banditore avrebbe informato tutti della presenza degli ambulanti sotto il palazzo degli uffici o in piazza, dove ragazze e ragazzi attendevano Mënguccë col pullmino giallo per recarsi alle scuole medie, mentre bambini frettolosi correvano ad acquistare nei negozi o nei bar la merendina per la ricreazione a scuola.
Donna con fascine.
Frame "Chiaromonte un paese dentro di noi"
©RAI
Poca gente in giro.
Trattori, camion, e treruote pronti a scaricare montagne di legna, portata poi a destinazione da decine di cavalli e ciùccë che nel loro tragitto avrebbero lasciato innumerevoli scie dë cacætë che solo una buona pioggia avrebbe cancellato.
Passata la Madonna, passatë u Sandë, passatë a festë alla veramèndë.
O spæsë cu pëmmëdòrë e fìchë misë a sëccǽ non facevano più da decoro, cosi comë o sàrtë dë zafarænë, che con cipolle, aglio e pomodorini, erano stati appesi a nu cëlëræsë o ‘nd’angunu suttænë arravugliætë con dei fogli di giornale che avrebbero trattenuto l’umidità, e ‘ndo mobbuwë sott’oli, sottaceti e buccaccë a fǽ cumbagnìë a ciò che rimaneva del salame e dell’olio.

Era ottobre.
Tempo di vendemmia in quasi tutte le grotte, che se il tempo non glielo avesse permesso, li avresti sentiti lavorare anche fino a notte tarda.
Il mese che dava inizio a quella calma che avrebbe pervaso un paese con ancora vivi i ricordi di un estate bella e rumorosa appena passata.
Buio presto e strade vuote.
Per vedere qualcuno avresti dovuto intossicarti nei bar di Cacchiònë, Donaddìë o Sarubbë ca fussë, dove mentre noi ragazzini facevamo la fila per giocare ai videogame (sperando che il più furbo non avesse la tasca piena di cento lire), gli amori estivi continuavano ai telefoni a gettoni e le urla dei giocatori a carte si confondevano col fumo di quelle maledette sigarette.

La piazza nel 1980.
Frame "Chiaromonte un paese dentro di noi"

©RAI

La domenica, però, era diverso.
Pochi bar aperti.
Al mattino piazza e passeggio colmi di gente, mentre al pomeriggio toccava ai soli ragazzi, soprattutto quelli che in settimana avevano dedicato il loro tempo agli studi, a differenza degli impavidi dello zampillo, sul luogo assenti solo se ci fosse stato un temporale.
Questo era ottobre allë tièmbë mië, gli anni 80.
Il mese della vendemmia, delle castagne, da ‘lliànnë da coglië, dei funghi e di quel primo freddo all’improvviso che avrebbe fatto esclamare “ 'mbærë ch’è nëvëcætë a Pullìnë "