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I sàrtë

di Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano

nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.

A Pinuccio Armenti,
autore di questa storia
ultima tra le tante raccontate
prima della sua improvvisa scomparsa.
In suo ricordo

G.D. Amendolara
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Scuola per sarti. Anni 60.
A sinistra Antonio Cafaro. Al manichino Giovanni Ricciardi.
Alle macchine, dall'alto in basso: Raffaele Fittipaldi, Antonio De Salvo,
Vincenzo Viola.
Foto: Giovanna Scardaccione

Carissimi compaesani,
dopo una breve pausa estiva voglio parlarvi di un altro mestiere che nel nostro paese non c'è più: Il Sarto. 
Chi ha la ottantina come me, o di più, dovrebbe ricordarsi quanti sarti c'erano a Chiaromonte. Non solo sarti ma anche molte sarte.
Ma andiamo con ordine.
Francesco Chiorazzi.
Foto di Giovanni Chiorazzi
Negli anni fine 40, poi negli anni 50 e inizi del 60, ricordo veramente tanti sarti a Chiaromonte.
La metà degli anni50 avevo 9-10 anni. Quello più anziano che ricordo era Francesco Chiorazzi che tutti chiamavamo Francisc Tarraren.
Allora la gente si conosceva più con i soprannomi che con i cognomi, anche perchè c'erano tanti cognomi uguali.
Un altro anziano era Alfredo Murro, meglio conosciuto come Alfred Chiappariell, papà di Attilio. Mentre FranciscTarraren aveva la sua sartoria sotto a ches di Maria Leone, Alfred Chiappariell non ricordo se avesse a putega o lavorava in casa. Questo forse potete chiederlo ad Attilio o se c'è qualcuno che si ricorda può scrivere pure lui qualcosa.
FranciscTarraren avia a puteg chiena di discibuwe. Jerene almen na dicine.
Perdonatemi se non li ricordo tutti, ma jere nu guagniniell.
Due però li ricordo. Uno era Giovanni D'Alessandro che abitava ndu Merchet. Era il più grande. Poi mi ricordo anche Emanuele Galgano, figlio di Trisin a Pignater. Era un nipote du Mastre. Però poi ,fatto più grande se ne andò in Polizia e si trasferì a Caserta.
Quando poi FranciscTarraren, anche lui andò via da Chiromonte, metà degli anni50, Giovanni D'Alessandro che aveva finito di imparare il mestiere aprì la sua sartoria sotto aches di Mast Jenner da zoppa e allu lete avia a puteg Umbert Landi ca facia u Barbier.
Giovanni D'Alessandro aveva imparato bene il mestiere e subito si riempì la piccola putighella di discibuwe.
Giovanni Viviano, l'ultimo sarto
della vecchia scuola
Umberto Dottore, Giuannuzz Viviano, Mario Percoco, Alfredo Tombuw se non sbaglio Sergio di cognome . Dopo un annetto Giovanni D'Alessandro se ne andò a Torino dove ci rimase per sempre.
Allora i sarti avevano molto lavoro.
Chiaromonte aveva allora 4 o 5 mila abitanti, e tutti si dovevano vestire.
Ancora non esistevano negozi di abbigliamento, quindi tutti andavano dai sarti.
Cappotti, ģiacche, giacconi, gilè, pantaloni corti , lunghi, alla zuava, non so se giovani di oggi li hanno mai visti e naturalmente vestiti completi per gli sposalizi o per i giorni festivi. Vestiti pantalone e giacca, e si usavano molto i gilè.
Poi Vestiti a doppio petto molto eleganti, e naturalmente si cucivano anche camice, bianche, colorate, maniche lunghe, maniche corte. Insomma, c'era un bel da fare.
I prezzi non ve li so dire perchè non li ricordo più. Me ne veg chiu o meno all'abbc.
Pantaloni 4 o 5 mila lire. Vestito completo dalle 20-25 mila lire . Doppio petto forse 30 mila.
Pensate erano tutti su misura.
Raffaele "Filuccio" Manzo.
Il primo sarto a vendere anche
abiti confezionati
Oggi giorno un vestito su misura a volte ti costa 4 o 5 mila euro e anche di più.
Negli anni 60 venne il grande exsodus. Tutti volevano emigrare.
Umberto Dottore se ne andò in Toscana. Mario Percoco a Torino, e Giuannuzz Viviano restò fedele a Chiaromonte.
Anche qualche altro però voleva diventare sarto.
Io ricordo Luigi Cuccarese, u figlie di Mast Jenner da zoppa, Amedeo Percoco fratello di Mario e Giuannuzz Ricciardi u figlie di Gidie u furger.
Mi sono ricordato che c'era anche Faluzz Ferrara u figli di Luigi u cucchiere e Faluzz Manzo che poi negli anni 60 fu il primo ad aprire un negozio di abbigliamento dove vendeva vestiti già confezionati.


Una delle scuole per sarte.

Anche le donne dovevano vestirsi a quei tempi, mica potevano andare dai sarti maschi.
Quindi c'erano anche molte sarte.
Comincio da mia zia Ester, non perché era mia zia e senza sminuire le altre, ma forse era la piu' brava.
Per le donne era l'unico mestiere o lavoro che si poteva trovare a Chiaromonte.
Oltre mia zia c'erano le sorelle Curcio o Curci, Concettina, Rosina e Minuccella.
Poi Ndunetta Ronga che veniva da Noepoli però era sposata con Giovanni Ronga u furger. Poi ancora la moglie di Liberino Guerra che mi sfugge il nome. Di soprannome a chiamaven a cicalielle.
Mi ricordo che un sacco di signorinelle volevano imparare a cucire, anche se poi non diventavano sarte ma almeno sapevano tenere un ago in mano.
C'erano anche ricamatrici, ma quello era un altro mestiere.
Anche le sarte avevano tanto lavoro.
Le nostre signore e le nostre signorinelle avevano i loro gusti, volevano essere belle ed eleganti.
Non faccio nomi perchè non sarebbe bello, però la domenica ,quando uscivano dalla Chiesa, dopo a messa di Signur che incominciava alle11e finiva alle 12, le nostre Signore o signorine avevano un’eleganza e tanta classe da vendere.
A noi maschietti luccicavano gli occhi. Eravamo molto riconoscenti alle nostre sarte che si inventavano sempre qualcosa di nuovo. Gonne, camicette, bluse, pantaloni. Allora andavano molto di moda i taier, non so se si scrive cosi, però voi avete già capito di cosa parlo. Anche la biancheria intima cucivano, ma i loro capolavori erano gli abiti sposa, sempre uno diverso da l'altro e sempre uno più bello dell'altro.
A quei tempi non c'era la convivenza. Allora ci si doveva sposare.
Peccato che adesso tutti questi mestieri non esistono più.
Allora quasi tutti lavoravano e il nostro paese fioriva. La lira incominciava a vedersi di più.
Poi, con l'arrivo del palazzo degli Uffici tutto si incrementò al meglio ed era proprio bello vivere a Chiaromonte.


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O Scarpærë - seconda parte

Di Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano


nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.




Màstë Paolo “Ciuccëgnàgnë” Sassano.
Foto di Gianpaolo Reale

A quei tempi Chiaromonte aveva un 3500 abitanti, più tanta gente che abitava nelle campagne.
C'erano le scarpe per tutti i giorni e le scarpe per i giorni di festa. Poi quelle per andare in campagna e o scarpe pu viern.
Anguna puteghella ma ricord ancora.
Mio papà aveva la sua vicino a quella di Mast Paul u tict, di front u balcon da ches di don Franco Ferrara.
Pasquale Tombola avie 300 m chiù abbasc, per quelli più giovani, vicino il Mini Market di Mario Percoco, solo che a quei tempi c'era la sartoria di Egidio Ricciardi, nu fratello di Giovanni u portalettere.
Ndonio u Rimient, o Armenti, l'aveva sotto casa sua.
Umbert Pesce jere vicin a ches di Mast Jenner da zoppa che probabilmente prima c'era stato lui.
Poi le altre non le ricordo.
Il materiale come tomaie, suola, spago, pece , chiodi e tacce mio papà li comprava a Francavilla.
La tomaia era la cosa principale per una scarpa. Poteva essere in cuoio o in pelle. Il cuoio era per tutti i giorni. Quelle in pelle erano per le scarpe della festa. Poi c'erano le tomaie per le scarpe di campagna.
Non ricordo che materiale fosse. Però ricordo che dopo averle finite venivavo insivate.
Il sivo non so se è una parola italiana. Era un grasso che se non sbaglio veniva ricavato dal maiale dopo averlo ammazzato.
Per fare un paio di scarpe a quei tempi ci volevano almeno 9 o 10 ore.
Certo allora si faceva tutte a mano.
La tomaia, quella era già pronta. Veniva fatta in fabbrica.
La suola si comprava a pezzi, poi veniva tagliata in base alla grandezza della tomaia.
Si metteva per un giorno, a volte anche più, a bagno in acqua per ammorbidirla, cosi era più facile lavorarla. Tolta dall'acqua veniva battuta.
Mio papà aveva un arnese di ferro, una ventina di cm, a forma di triangolo. Lo metteva sul ginocchio, poi metteva la suola su questo arnese che non so se avesse un nome specifico, e con il martello cercava di ammorbidire la suola, tagliata su per giù alla misura della tomaia. Dalla suola erano stati tagliati anche due strisce che chiamavano u guardione, anche esse messe a bagno.
Erano molto importanti perché venivano cucite con spago impeciato fra suola e tomaia per mantenere il tutto.
Parecchie volte u guardione lo usava anche sulle mie gambe quando disubidivo.Bello bagnato com'era faceva un male infernale.
Poi ricordo un altro particolare.
C'erano dei clienti che volevano le loro scarpe "cu fruscio ".
Quando camminavano facevano un rumorino, però non chiedetemi il segreto du "fruscio".
Quelle scarpe erano più per le feste.
Per quelle di campagna e quelle invernali si usava una tomaia diversa, più alta.
Arrivava sopra all'osso spizzill.
La tomaia era di un materiale più robusto, e anche la suola era più spessa. Poi sotto venivano messe due, e a volte anche tre file di Taccie, per i più giovani, o taccie erano una specie di chiodi con la testa quadrata abbastanza robusti, e i mettevano per far resistere le scarpe più a lungo.
Era una scarpa per i contadini, perciò era uscito il detto “Contadino, scarpa grossa cervello fino”.
Gli arnesi, o i fierri come si diceva in dialetto, che usava u scarper non erano tanti.
Base prima era nu bancariell dove poter posare gli attrezzi, curtiell, martiell, tenaglia, diverse tipi di suglie (asole?), forme in legno ed in ferro.
Non vorrei sbagliarmi ma c'era qualcosa che si chiamava “u pede di puorco”, però non ricordo a cosa servisse.
Sono passati 70 anni, scusatemi se sbaglio qualcosa.
Il materiale, lo ripeto, tomaie, suola, gomma, spago, pece, dopo venne il mastice, chiodi, taccie e naturalmente una sedia. E poi ci serviva anche il talento du Mastr. Dovevi saper usare le mani con precisione se volevi un buon risultato.
Di lavoro ce n'era tanto. I calzolai lavoravano tutti.
La cosa non tanto bella era che a quei tempi non c'erano tanti soldi in giro. La gente aveva poco lavoro e a volte ci voleva tempo per racimolare i soldi per pagare le scarpe.
A volte si pagava in natura, con un paio di litri di olio, con della farina, con dei legumi e a volte anche con il vino. Oppure si diceva: Ue, Mast Giua, mitte a segne ca po ti peg. E così piano piano i calzolai incominciarono a diminuire.
Chi andò in Toscana, chi a Torino, chi cambio mestiere, chi mise un negozietto.
Mio papà se ne venne con me in Germania e ci restò per una quindicina di anni.
Màstë Pëppìnë “u scarpærë” Rëmièndë.
Foto di Giovanni Monaco
Quello che resistette fino in ultimo fu' Peppino u Rimiend. Lui fu il più intelligente di tutti . Lui le scarpe non le faceva più ma le vendeva. Ormai si potevano comprare già fatte.
Però non aveva abbandonato del tutto. Qualche mezza suola, qualche sopratacco o piccole riparazioni le faceva ancora.
Voglio finire cosi.
Mio papà dopo 15 anni di Germania, tornato a Chiaromonte, ormai pensionato, ritrovò la passione per il suo mestiere.
Prese in affitto quella putighella vicino la casa di Mast Jenner da zoppa, dove già avevano lavorato parecchi calzolai, rispolverò i suoi arnesi. U bancariell c'era ancora e ricomincio' ad aggiustare scarpe, non a farne nuove, solo riparazioni. Ora gli affari andavano a gonfie vele, anche perché erano solo in tre. Adesso non segnava più sul suo quaderno, adesso usava il metodo tedesco. Scarpe finite soldi alla mano.
I tempi erano migliorati e i soldi circolavano di più.
Peccato che dopo 3 anni ci lasciò per sempre.
Voglio scusarmi se ho dimenticato qualcuno ma allora erano veramente tanti i scarper al nostro paese, e sono passati 70 anni.
Scusate anche il mio stile di scrivere, forse a volte anche grammaticalmente non tanto corretto.
Col nostro dialetto non ho probemi, ma con l'italiano...


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O Scarpærë - prima parte

Di Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano


nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.


Paolo Maltese “U Ticchëtë” con cappello panama,
uno dei calzolai storici, nonché noto personaggio


Cari compaesani,
dopo un po’ di pausa mi piacerebbe continuare a scrivere sui mestieri che ora al nostro paese non esistono più.
Questa volta vorrei scrivere dei calzolai, o Scarper in dialetto.
Vorrei partire da molto lontano, perché è il mestiere che ho vissuto più da vicino.
I miei nonni, che non ho avuto la fortuna di conoscere, erano i fratelli Francesco, detto Ciccillo, e Giuseppe Armenti ed erano Scarper.
Non voglio raccontare la storia della mia famiglia, ma questi sono i fatti.
Nonno Ciccillo andò via da Chiaromonte, si trasferì a Tursi dove fece il calzolaio tutta la vita. Si sposò, fece tre figli dei quali uno era mio papà.
Giovanni Amenti
padre di Pinuccio
Anche lui, mio papà, divenne calzolaio, perciò a Chiaromonte lo chiamavano Giuann u Tursiten, da non confondere cu Giuann du mbrone. Quello era un altro.
Nonno Giuseppe restò a Chiaromonte.
Per detto di mia nonna, lui a fatic a sparev. Detto in italiano, non aveva tanta voglia di lavorare. A lui piaceva divertirsi. Era l'amico di tutti. Cantava, suonava ed era un vero saltimbanco. Per lui era sempre Carnevale.
In poche parole faceva tutto, sule a fatic non ne cuzzev.
Mori' molto giovane.
Mio papà, ormai diventato giovanotto, veniva spesso a Chiaromonte a trovare la zia ed i cugini. Cosi si innamorò di sua cugina, mia mamma, e si sposarono.
Andarono ad abitare a Tursi dove tutti noi figli, fuori di Patrizia, venimmo al mondo.
Poi tornammo di nuovo tutti a Chiaromonte, io avevo 11 mesi.
Perciò mi sento Chiaromontese a tutti gli effetti.
Mio papà fece il calzolaio per tanto tempo ancora.
La finisco qui sennò parlo solo della mia famiglia.

A quei tempi a Chiaromonte c'erano veramente tanti Scarper.
Spero non me ne vorrete se ne dimentico qualcuno.
Il padre di tutti i calzolai si chiamava, o meglio, tutti lo chiamavano Paolone.
Io lo ricordo appena. Era alto e molto robusto.
Sua figlia se non ricordo male, la chiamavano Filumen a sciascion.
Era sposata con Gangiluzz Saponara, detto il dottore, perché faceva le siringe a tutta Chiaromonte.
Stu Paolone ebbe molti discibul.
Giovanni “Përdìgnë” Palazzo
Trasferitosi a Milano 
negli anni 60.
Foto Antonio Palazzo
Io ricordo solo Paolo suo nipote che ora abita a Roma o Villalba.
Anche Mast Jnner da zoppa, per detto di sua figlia, ha imparato li il mestiere.
C'era anche Giuann Pirdign, non ricordo il cognome, che poi emigrò in Sud America.
Anche un altro Giuann Pirdign, Palazzo se non sbaglio, e non so se erano parenti, era scarper, ed emigrò anche lui, ma in nord Italia con tutta la famiglia, e credo che anche un figlio continuò il mestiere del padre.
Certo non posso dirvi tutti gli anni precisi e l'ordine di età di scarpere che ho conosciuto Però, quelli che ricordo ve li posso nominare.
Ricordo Ndonio u Rimient, Pippin u Rimient e Luigi u Rimient, che se ne ando' a Torino. Ha la mia età.
Da non dimendicare Mast Paolo u tict.
Sapete i cognomi sono difficili da ricordare, se non sbaglio faceva di cognome Maltese. Mast Paolo faceva anche il barbiere, quindi esercitava tutti e due i mestieri.
Lui veniva dall'America e gli piaceva anche tanto la boxe.
Poi c'erano Giuann Cortazzi, conosciuto come Giuann da sciaffer, che poi andò a fare anche il sacrestano nella chiesa Madre di San Giovanni, e Pasquale Tombola, Umberto Pesce, Paolino Ciuccignagno.

Giuànnë “da sciàffërë” Cortazzi
con la sua famiglia

A me fa tanto piacere quando qualche amico del paese mi scrive e mi dice qualcosa che io non ricordavo o non sapevo.
Ieri mi ha scritto una persona e mi ha detto una cosa che non avevo mai sentito.
Le persone che ricordano Vincenzo Corradino saranno poche. però i figli Faluzzo, Nicola o Antonio se li ricordano tanti. Ebbene si, anche Vincenzo Corradino, prima di impiegarsi al Comune aveva fatto il calzolaio. E sarà stato anche uno dei più aziani.
Anche essendo grande amico dei figli, ed essendo un figlio di calzolaio, non lo sapevo. Negli anni 50 erano veramente tanti i scarper al nostro paese.
In tanti però lo consideravano un mestiere non tanto dignitoso, tanto è vero che quando qualcuno nominava u scarper, aggiungeva “parlann cu crianz”.
A quei tempi non esistevano scarpe che potevi comprare nei negozi come oggi, quindi, se non volevi camminare scalzo dovevi andare a du scarper...

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Màstrë e putèghë. I falegnami di una Chiaromonte che non c’è più - seconda parte

Di Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano



nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.


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leggi la prima parte

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A putëghèllë di Màstë Luìggë Mustàzzë,
l’ultima dei vecchi mastri falegnami Chiaromontesi

Il 1962 ad Ottobre partii per la Germania, quindi non ho potuto più da vicino seguire l'evoluzione dei falegnami a Chiaromonte.
Però quando venivo in ferie e giravo per le strade del paese notavo che c'erano stati dei cambiamenti. In meglio.
Adesso si sentiva il rumore stridente di una sega elettrica, il rumore ancora più forte di una pialla pure elettrica che in un batter d'occhio ti piallava le tavole nei millimetri che volevi e con tanta precisione. Però I MASTRI erano più pochi.
Mast Aleardo Murro era andato in pensione. Il figlio Arnaldo se ne andò in Piemonte, Asti, se non sbaglio. Anche il fratello Giovanni dopo un paio di anni se ne andò a Roma dove c'erano tutti i parenti di sua moglie.
Mast Antonio Manzuet, anche lui già molto anziano, chiuse bottega. Il figlio Emanuele vagabondava tra un bicchiere di vino ed un panino per il paese.
Mast Giovanni Pezzoll, pure lui chiuse i battenti e se ne andò con tutta la famiglia a Torino. Solo Armando dopo essere stato per un periodo a Roma se ne andò in Germania dove abita tutt'ora.
Mast Saverio u Francavillese si trasferì allu Calvario, ma io questo non lo so con precisione. Mi è stato detto.
Voi mi chiederete : E tutt chill discibuli ch'avien, che fine enne fatt?
Solo i fratelli Donadio, Nicola e Antonio impararono il mestiere e aprirono anche na buteg sott a ches di Gisuen u Carvuner. Io non lo so di preciso.
Per quelle poche settimane quando venivo in ferie non potevo sapere tutto.
Però mi ricordo che un anno, venuto al paese, li trovai come baristi nel Bar di Faluzz Donadio.
Lo avevano prelevato chiudendo la bottega da falegname, perché il nostro Faluzz se ne andò a Milano se non sbaglio.
Gli altri discibuli ?
Nessuno di loro finì di imparare il mestiere.
Alfredo Misciarul e Mincuccio Infantino se ne andarono a Torino, Umbert Mandillett a Bologna , Ndonio Ciancio mi sembra a Napoli, Peppino Lauria a Roma e Coco a Milano con la famiglia.
Mast Luigi Mustazz anche se avie fatt vicchiriel tirev ancora.
Quando venivo al paese passavo spesso a trovarlo, anche perché ci trovavo spesso anche mio zio Umberto.
Zi Umbert e zi Luigi andavano molto d'accordo, non solo perché avevano imparato il mestiere assieme. ma avevano una grande passione per la musica.
E u juorn ogni tanto quann non furgiaven vicine ad ancun mobile, pigliaven chitarra e mandulin e ti facien cert marzucchelle a chiumm a chiumm, ca tutti i christien ca passavn si fermaven a sent.
Poi negli anni 70 mio zio se ne andò in Australia e non am' vist chiu. 
I Mustàzzë.
In alto Màstë Luìggë, Antonio e Enzolino.
In basso Peppino, Franco e Luciano.

I figli di Mast Luigi, pure loro tutti sunatur di chitarra, uno migliore dell'altro, incominciarono a lasciare il papà per cercare altre vie. Antonio se ne andò in Inghilterra. Enzolino e Peppino fecero domanda da Guardia carceriere. Francuccio resto' a Chiaromonte, però se non sbaglio ebbe il posto da Collocatore e Luciano purtroppo ci lasciò troppo giovane.
Ormai erano passati parecchi anni.
Mast Luigi Mustazz continuava piano piano.
Dei figli era rimasto solo Francuccio, ma anche se lui aveva il posto da Collocatore, la sua passione per la falegnameria non l'ha mai persa e ha continuato anche dopo la morte del papà nel 1995, fino nel 2001.
Ma i falegnami ancora non avevano smesso di esistere.
Gli ultimi due discbuwi di Mast Luigi, avevano aperto anche loro bottega.
Chi erano? 
Beh, questi li ricorderete ancora tutti.
Mast Giuann Dottore e Francisc Pesce.
 
Mastë Frangìschë Pèscë

Francisc Pesce avie a buteg vicin a ches di Giovanni Giura, quill du municipio. Giuann Dottore sott a ches di Dolcetti.
Io mi ricordavo sott a ches dell'avvocato Leo, praticamente addove accuminc u Purtiell. Però mi hanno corretto e quindi va bene cosi. La ci stev Nicola Viviano, natu mastr ca puteghella suia.
Poi dopo parecchi anni passò al Calvario. ma io no lo ricordo perché ormai non abitavo più a Chiaromonte.
Mi e'stato riferito anche che, mentre Francisc Pesce era rimasto il falegname tradizionale cu a chian, e u chianuozzw, Mast Giuann Dottore i mobili, le cucine e le casse da morto li ordinava dai mobilifici, e poi li vendeva alla gente, che anche loro, erano diventati più moderne e tanti avevano costruito case nuove.
Mastë Giuànnë Dëttòrë

Con tutta questa evoluzione la gente voleva mobili diversi da quelle solite cristalliere che ormai erano passate di moda.
Nelle case adesso c'erano sale da pranzo, non si mangiava più in cucina, salotti, camere da letto, quindi ci volevano dei mobili adeguati. Cucine di Abete, mobili per salotti in rovere, camere da letto in acero e cosi via dicendo.
Ormai c'erano dei cataloghi dove potevi scegliere quel che volevi. I mobili che ordinavi ti venivano montati da operai del mobilificio. Quindi per i falegnami il lavoro diventò sempre di meno.
Giosuè Pesce,
figlio di Francesco
uno degli ultimi
falegnami Chiaromontesi
Non so per quanto tempo hanno tirato avanti mast Giuann Dottore e Mast Francisc Pasce, però so da fonte sicura che Mast Francisc aveva due figli e pure loro hanno imparato il mestiere da falegname. Oggi ho saputo che il figlio più grande, Giosuè', ci ha lasciati da 3 o 4 anni, mentre il figlio Giovanni, anche se abita a Fardella, però è sempre a Chiaromonte, fa il falegname, ma solo per hobby.
Non so se tene a butega ad anguna bann. Ma quist forse u sapit meglio di me.

Giovanni Pesce,
figlio di Francesco
che porta ancora avanti
l'arte della
falegnameria 
Per chiudere voglio dirvi una cosa che forse pochi sanno.
In Germania anche io ho lavorato per 25 anni in una falegnameria. Prima a preparare il legno o il panforte, segandolo a misura. Poi ad imbellettare, non so se si dice cosi in Italiano, il panforte, e poi per 20 anni ho spruzzato i mobili, con colore o lacca.
Praticamente io li facevo belli.
Un lavoro, anche se un po’ sporco, nel senso che inghiottivo tanto colore, però mi piaceva tanto perché era molto creativo.
Quindi, da barbiere sono diventato mezzo falegname anche io.
Quando hai una famiglia da mantenere si impara a far tutto.
Vi saluto cordialmente e vi do appuntamento al prossimo mestiere scomparso dal nostro paese. Scusatemi qualche errore. Io non sono un maestro.




C'erano una volta o putëghèllë
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Di Franco Amendolara

Fratelli Donadio


Saverio u Frangavëllèsë



Luìggë Mustàzzë


Frangischë Pèscë


‘Ndònië Manzuètë


Giuànnë Pëzzòllë


Vincenzo Dursi


Aleardo Murro


Nicola Viviano


Nicola e Luigi Viulìnë


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Si ringraziano di cuore per la collaborazione Giovanni Pesce, Franco Amendolara, Armando Sergio, Giovanni Monaco

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Màstrë e putèghë. I falegnami di una Chiaromonte che non c’è più – prima parte

Di Pinuccio Armenti
☙____________❧
Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano


nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.



Màstë Luìggë Mustàzzë
e suo figlio Peppino


Cari Amici e Compaesani.
Oggi vi parlo di un altro mestiere che a Chiaromonte non si usa più: il falegname.
Negli anni 50 e nei principi degli anni 60,finché sono stato a Chiaromonte, erano tanti i falegnami, e tanti che lo volevano diventare.
Ma andiamo con ordine.
Giuseppe Breglia, “màstë Pèppë”,
mastro di tutti i falegnami Chiaromontesi del 900,
nonché autore di alcune opere lignee presenti
nelle due Chiese nel paese

I primi che mi vengono in mente nei miei ricordi sono Mast Peppe Breglia, papà di Mincuccio Breglia che fu il mio maestro di scuola. Quando avevo 6 o 7 anni me lo ricordo appena. Lui ormai aveva lasciato perché era già anziano. Aveva avuto tanti discibuli tra i quali Mast Luigi Mustazz e mio zio Umberto Armenti, di sopranome Mazzocculo, solo che mio zio non lo fece tanto il falegname perché si sposò e se ne andò ad Alessandria a fare il bidello nelle scuole medie.
Mast Luigi Mustazz, che io chiamavo zi Luigi, uno perchéera nu christienchiugrann, e poi perchéera grande amico di mio zio.
Lui aprì bottega e fece sempre il falegname. Io ricordo ca a butega è stet semb sott a ches di donna Filomena De Nigris, nu picche chiu adaut du Muro da Porta.
Non ricordo il nome della via, però u vero Chiaramondese u sepe dove è.

A putèghë dë Màstë Luìggë Mustàzzë
in via Francesco Leo

Màstë Giuànnë Pëzzòllë 
Nella via più sopra, se non sbaglio via Giuseppe di Giura, c'erano altri due falegnami, quasi porta a porta senza paura di concorrenza.
Mast Antonio Manzuet, anche lui già di una certa età, e quasialla porta accanto c'era Mast Giuann Pezzolla,che era il papà di Armando Sergio.
Un pò fuori mano, sotto a Chiazzoll, c'era un altra bottega. Li aveva la falegnameria Aleardo Murro.
Io ricordo bene Aleardo Murro ed i suoi figli Giovanni ed Arnaldo, però non ricordavo dove era a buteg. Mi è stato riferito.
Allora lavoravano tutti e potevano mantenere le loro famiglie.
Poi nella via dove abitava il dottore don Arnaldo Spaltro, sotto il palazzo delle signorine Leo, di fronte alla casa di Attilio Murro c'era ancora un altro falegname,Mast Saverio u Francavillese che aveva sposato un signora di Chiaromonte,una certa Carolina Grandinetti figlia di zi Giuann. Non chiedetemi chi èperché non lo so. A me è stato riferito.
Per un paesino come il nostro era tanta roba.
Questi erano i Mastri che avevano na butega.
Cosa costruivano? Mobili di quei tempi. Cristalliere, comò, comodini ,armadi, tavoli, tondini, sgabelli, letti, finestre, porte, bagugli, casse per metterci il grano, tiretti, cassetti e tante altre cose che servivano in casa .
A quei tempi non c'erano tanti macchinari o meglio, c'erano ma costavano un sacco di soldi e quindi si faceva quasi tutto a mano.
I fierri (gli arnesi) che usavano erano tanti.
Incominciando da diverse tipi di seghe con nomi specifici che io non conosco, poi si passava alla chian (la pialla), u chianuozzuwi (il pialletto), a spinarola (spunteruola ).
Poi si usavano i scarpiell (scalpelli) in diverse grandezze; da 3 mm fino a 42 mm per fare incastri.
Poi c'erano i sgurbii (gli sgorbi) in diverse forme, tonde, mezze tonde, a mezza luna, a forma di U e V.
Senza parlare di raspe, lime e tanti altri utensili.
Poi ci serviva la colla, ma era una colla speciale. Si chiamava la Colla pesce. Erano delle lastre uguale al vetro di colore giallo scuro quasi marrone. Si rompeva a pezzettini piccolissimi e si mettevano in un secchiello. Poi c'era un secchiello più grande pieno di acqua e li si metteva quello più piccolo con la colla.
Quando l'acqua bolliva la colla diventava liquida e così si poteva usare. Pero' induriva subito e bisognava sempre ribollirla.
Allora i mobili erano tutti di legno, e non di panforte. Qualcosa si faceva anche in compensato.
I legni duri come faggio, acero, quercia o rovere, erano per mobili che venivano più strapazzati come tavoli, letti, mentre l'abete si usava più per armadi, finestre e forse anche porte.
La cosa bella era che quasi tutti i figli di Mast hanno imparato il mestiere dei padri.
Solo i figli Mast Peppe Breglia sono diventati Maestri di Scuola.
Cosi incominciamo a parlare di discibuli.
Giovanni ed Arnaldo Murro hanno seguito le orme del papà Aleardo.
Anche un figlio di Mast Antonio Mansuet, Emanuele, ha incominciato dal papà. Però mi ricordo che poi non ha finito di imparare.
Anche un figlio di Mast Giovanni Pezzoll, Mario, diventò falegname.
I figli di Mast Luigi Mustazz erano tanti e tutti falegnami. Non so se Luciano, che volò in cielo troppo presto, anche lui aveva incominciato. Io l'ho conosciuto poco perché ero già in Germania.
Però Antonio, Enzolino, Peppino e Francuccio hanno imparato il mestiere del papà.
Non so se Mast Saverio u Francavillese avesse dei figli, però mi ricordo bene che aveva una squadra di discibuli. I fratelli Nicola e Antonio Donadio, Alfredo Battista, Umberto Mandillett, Antonio Ciancio, Mincuccio Infantino cugino del barbiere e Cocò u figlio di Faluzz u Barrist, dimenticavo, Peppino Lauria.

Continua...


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O Furgiærë

Di Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Chiaromontesi raccontano



nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.


Egidio Ricciardi


Carissimi Compaesani e amici di Chiaromonte.
L'amore e l'affetto che porto al mio paese e, naturalmente a voi Chiaramontesi, è immenso, ed io non mi stancherei mai di nominarlo o di parlarne, anche se ormai sono più di 60 anni che ne son lontano.
Sette anni fa venni l'ultima volta a Chiaromonte, ma purtroppo solo per mezza giornata.
Mentre portavo le mie nipotine a far vedere loro il Monumento, passando davanti al Palazzo dei Giura, mi tornò in mente che proprio lì trascorsi tanti anni della mia gioventù.
Al lato della Torre feci la scuola elementare, e poi, nella stessa stanza, imparai il mestiere di barbiere da Umberto Landi.
Prima di arrivare alla Torre, mi ricordai che c'era una forgia. Ed è proprio di questo mestiere che oggi voglio parlarvi, o meglio, scrivervi: U Furger o il Fabbro.
Negli anni 50 e 60 allu pais nuost ce n’erano parecchi di furger.
Per non fare errori vi nomino solo quelli che io ricordo.
Io ricordo i fratelli Egidio e Peppino Ricciardi. Però non ricordo più dove avessero la Forgia.
Egidio, in dialetto Gidio u furger, abitava proprio vicino a funten allu Purtiell. Lui abitava al piano di sopra, mi ricordo che si doveva salire una scala. Non posso dirvi con certezza se sotto casa fosse la Forgia.
Poi c'era il fratello Peppino che pure lui facie u furger. So che prima abitava verso a Temba ma poi andò ad abitare verso u Calangone o u Calvario. Questo mi è stato riferito, scusatemi se non è giusto.
Mi ricordo che loro facevano di più ringhiere, inferriate di balconi. Non ricordo se lavorassero assieme.
Mi sembra di ricordare che poi Peppino aiutava spesso Peppino u funtaner, e andava mettendo tubi per le case.
Oggi diremmo faceva più l'idraulico che u furger.

La "forgia" dei fratelli Ronga, sulla sinistra,
la porta con la scala.

I fratelli GIUANN e LUIGI RONGA sono i furger che mi sono rimasti meglio nella memoria.
Avendo la Forgia vicino alla Torre del Palazzo dei Giura, ed io ero là vicino ad imparare il mestiere, li vedevo e li sentivo tutti i giorni.
Loro facevano veramente di tutto. Zappe, Picconi, Budent ( non so come si chiamano in italiano), poi ferravano Asini e Muli.

Luigi Ronga

Vi ricorderete che gli asini ed i Muli portavano agli zoccoli dei ferri.Quando avevo tempo mi divertivo a guardare. Era un lavoro non tanto facile. C'erano asini che sopportavano pazientemente la procedura di mettersi le scarpe (i ferri) nuove. Io ho visto dei muli scalpitare e scalciare che erano veramente dolori per il Fabbro e quelli che aiutavano. Però la cosa che a me è rimasta più nella memoria è quella di quando battevano il ferro cocente per dargli una forma. Erano in due, Giuann e Luigi.
Mettevano il ferro caldo sull'incudine e con dei martelli battevano il ferro con un ritmo che sembrava una melodia.
Poi si sentiva a bott du Mastro, che batteva due volte sull'incudine mentre l'altro aspettava, e poi si riprendeva.
A volte d'inverno quando faceva freddo per riscaldarmi un pò andavo a menare il mantice. Si girava una manovella che soffiava dell'aria, cosi alimentava il fuoco dove veniva messo il ferro per poi poterlo lavorare.
Ho scritto un po’ di più dei Fratelli RONGA perche li ho vissuti più da vicino.
Vincenzo “ a Uzìllë” Francomano
Però c'era ancora un altro furger ndu Pais. Era Vicienz Auzill.
Auzill era il sopranome. Non ricordo se facesse Alberti o Francomano di cognome.
La forgia era vicino la casa di Ndonio Mastcetue, 200 metri prima di arrivare nda Chiazzoll.
Anche lui era molto bravo. Io mi ricordo che quando passavo di là, scendendo da San Tommaso, davanti alla Forgia c'era uno spiazzale, e li vedevo spesso Aratri che avevano bisogno di essere riparati.
Giovanni che scrive le storie di Chiaromonte mi dice che Vincenzo Auzill ha un figlio che è molto bravo anche lui, però io non lo conosco, quindi non posso dire di più.
Un ultima cosa voglio dirvela .
Nelle nostre case una volta all'interno sulla porta c'era sempre un ferro di Cavallo.
Si diceva che scongiurasse il malocchio. Non so se oggi ancora si usa.
Chiudo con un abbraccio a tutti voi e alla prossima.
Ancora ci sono tanti mestieri da ricordare.



Ringrazio vivamente di cuore Luana Francomano per la foto del nonno Vincenzo, Antonio Cafaro per la foto del nonno Luigi e Nicola Ricciardi per la foto del padre Egidio.



Argomenti correlati: U Mastærë


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U Pëccëllætë

U Pëccëllætë
Storia, antico rito e tradizione Chiaromontese

di G.D. Amendolara

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Storia inserita in Archivio > Tradizione culinaria



a sinistra u tòrtënë, a destra u pëccëllætë

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Antico rito Chiaromontese


“Raccoglievano le uova sin dopo le Ceneri, conservandole e custodendole come un bene prezioso.
Pronto anche u cruscèndë da qualche giorno, il mercoledì della settimana Santa impastavano i due ingredienti insieme a farina, acqua, sale, ‘nzògnë e, a piacimento, anche un goccio di vino bianco, lasciandolo riposare e lievitare ‘nda fazzatòrë sino al mattino dopo, quello del Giovedì Santo.
Prima dell’alba le forme pronte venivano infornate. A differenza del pane, posato sulla stessa šcanætë senza un ordine preciso, per i pëccëllætë la tradizione prevedeva una sequenza da rispettare:
Il primo sfornato era per Gesù Cristo, da portare in chiesa per l’ultima cena.
Il secondo per il capofamiglia.
Il terzo per la madre.
I quarti, pùpë per le femminucce(una treccia con un uovo incastonato cosi da somigliare una bambola avvolta nel fagotto) e trastanèllë (a forma di borsetta) per i maschietti.
I restanti per l'ariè da mësèrëcordië, da dispensare agli affetti e ai bisognosi.
E vedevi, come per il sanguinaccio, tra famiglie e vicinato, lo scambio dei Pëccëllætë, e la donazione di questi a chi ne aveva più bisogno”.



Pëccëllætë e tòrtënë.
Forno De Palma



Storia e tradizione
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“Mamma mië m’è chiamætë pëccëllætë e i më morëghë da fæmë”
Recitava un vecchio modo di dire Chiaromontese



Pëccëllætë di Gabriele Ricciardi
Sentivano la Pasqua ancor più del Natale i nostri avi.
Rispettarne le tradizioni, come quella du Pëccëllætë, saziava e rafforzava dovere e gratitudine verso Dio.
In principio, come narrano le testimonianze tramandate, era un pane azzimo, na pëttëcella lìscë senza sale (in chiaromontese pëttëcèlla gàimë) con incastonata una foglia di ulivo.
Quasi certa è l’influenza di altre culture gastronomiche che ne hanno arricchito l’impasto e la forma ancora attuali.
A riguardo, chi ipotizza l’intreccio tra la tradizione gastronomica Pasquale Lucana e quella Arbëreshë, chi con quella Partenopea o campana, fortemente presente nei nostri usi e costumi, la più attendibilie, in quanto u Pëccëllætë a Chiaromonte veniva chiamato Tòrtënë, tortano, come il tipico rustico della tradizione Pasquale napoletana.
È una tradizione ancora viva in gran parte del meridione, con forme o nomi diversi.

La versione "antica".
Forno De Palma

A Chiaromonte prevale la versione salata.
Dall’impasto si ricavano anche altri pani Pasquali come i già citati pùpë e trastanèllë, e u tòrtënë, o turtanièllë, nu pëccëllætë senza uova incastonate.
La forma a “ciambella”, circolare, è un simbolo strettamente religioso, e richiama la corona di spine sul capo di Gesù Cristo.

Produzioni della rosticcera “Le buone cose”
In basso: a sinistra a pùpë, al centro a trastanèllë.
In alto a destra la versione dolce


Il rito du Pëccëllætë è andato perduto da decenni.
In casa ormai non lo produce quasi più nessuno, e la tradizione regge grazie al lavoro dei mastri fornai Chiaromontesi.
Gli asparagi, però, quelli li raccolgono quasi tutti, e la frittata per la colazione di Pasqua non si mangia se a tavola non gænë u pëccëllætë, a pùpë e a trastanèllë.



Storie collegate:


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U Mastærë (il bastaio)

Di Pinuccio Armenti


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Storia inserita in Archivio > Chiaromontesi raccontano



nota: in questa storia non ho apportato alcuna correzione nelle parole in dialetto, e tantomeno nel modo di scrivere.
Pinuccio manca dal paese da sessant'anni, gli stessi in cui vive in Germania, e desidero che tutti voi siate testimoni del suo amore immutato verso il nostro paese, il più bello del mondo.




La bottega e casa di Angelo Donato, sulla destra,
abbattuta per far posto al Palazzo degli Uffici



Prefazione
dell'autore

Cari compaesani dopo avere letto l'articolo del nostro Giovanni in Chiaromonte e le sue Storie dove descrive cosi' bene come era bello il tempo quando si uccideva u puorc nda chesa. 
Pensando, mi sono chiesto: Ma tutto questo progresso ha fatto bene al nostro paese?  
Lo so, io ho 80 anni e manco dal nostro paese da parecchi anni, quindi non posso giudicare obbiettivamente l'evoluzione che c'è stata in paese.  
Ammetto anche che si deve andare con il tempo ed è giusto che sia cosi. 
Però, perdonatemi, io sono un romanticone e penso spesso al tempo passato. 
Giovanni scrive: chi aveva nu puorc, nu ciuccio, grano ed olio era ricco e stava bene per un anno intero.
Ai miei tempi era bello quando camminavi ndi strittui du pais, sentivi un gallo cantare, nu ciuccio ragliare, nu puorc grugnire, qualche gallinella che ti veniva dietro.
Oggi non senti più nu scarper che batte la suola, la pialla di un falegname, l'incudine di nu furger, la macchinetta di nu master ca carusev nu ciuccio. Adesso ste vie o sti srittui tacciono. 
Solo il rumore di nu trerrote, o delle macchine che ora salgono fino al serbatoio. 
E' bene il progresso, e si deve andare coi tempi che corrono. Io sono ormai anziano, però  se vi fa piacere vorrei scrivere e ricordarvi di quei mestieri che a Chiaromonte non esistono più. 
Al nostro paese una volta c'erano dei mestieri con cui si poteva mantenere la famiglia, e stavano anche bene.
Assieme a Giovanni vorrei scrivere qualcosa su questi mestieri e magari ricordarvi di qualche compaesano che ci ha lasciato  per sempre. 
Va ricurdete ca a Chirimond  c'erano furnacer, master, scarper, falegname e furger? 
Ve ne parlero' a seguire.



U Mastærë
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Cari Compaesani e amici di Chiaromonte.
Dopo avervi parlato di zi Ndonio u Parent, che fu' l'unico fornaciaio che io ricordi, voglio parlarvi di un altro mestiere che non esiste più a Chiaromonte, e precisamente: U Master.
Per i più giovani, quelli che facevano il Basto per gli asini.
Non so di preciso quando ce n’erano al nostro paese.
Ci sono più famiglie a Chiaromonte che di sopranome vengono chiamati i master.
Io due me li ricordo benissimo. Erano i fratelli Pasquale e Angelo, Gangiluzz in dialetto, Donato.
Io vi parlo degli anni 50.

Donna con asino.
Attaccato allu mast, due sportoni,
dove, oltre trasportare i raccolti della campagna,
venivano utilizzati anche come vano per i bambini.
© Edward C. Banfield - 1955


Pasquale aveva la sua bottega di fronte alla casa dei Miraglia. Gangiluzz aveva la bottega, ancora non c'era il palazzo degli Uffici, sotto u Mur da porta.
Allora c'era na bella discesa anche con dei gradini che andava du mur da porta e scinnie alla Costa. E li Gangiluzz, aveva na chesecell e da sotto avie a puteg.
Poi costruirono il palazzo degli Uffici, se non sbaglio il 57, e dovette lasciare tutto e comprò casa di fronte alla tipografia di Luigi Racioppi.
Poi se ne andò con tutta la famiglia a Torino.
Ma tornando al mestiere, i master allora avevano un sacco di lavoro.
A Chiaromonte quasi tutti i contadini avevano u ciuccio o anche il mulo.
A quei tempi era il mezzo di trasporto più usato per quelli che andavano in campagna.
U ciucc purtev a samm. Senza du mast, non sarebbe stato possibile.
Ai lati du Mast si mettevano due cofani o spirtun, e la dentro si ci metteva tutto quello che la campagna dava.
Gësèppë Tërribbuwë
lega gli sportoni allu ‘mmastë.
Foto: Nicola Donato
I Muli portavano la legna per l'inverno a quelli che facevano la provvista, cosi i propietari si guadagnavano la giornata.
U master faceva si ca allu ciuccio non gli mancava niente.
A puteg si può paragonare come un officina di macchine oggi.
A volte era bello vedere che c'erano 3, 4 asini che aspettavano il loro turno.
Non so dirvi quanto costava nu mast, però credo che allora era una bella somma da pagare.
Non è ca nu mast si facia nda nu pere d'ore. Ci volevano un paia di giorni.
Poi un altro lavoro che facevano i master, era la tosatura degli asini. Ogni mese veniva tagliato il pelo, cosi non sudavano tanto quando avevano il peso sulla groppa.
La macchinetta era come quella che usavano i barbieri naturalmente molto più robusta. Si doveva essere in due. U master tosava e u patrun du ciucc o un altra persona doveva girare una manovella che era attaccata ad una specie di trepiedi. Poi c'era una specie di tubo di metallo lungo un paio di metri. Questa manovella, girandola ad un certa velocità, attivava la macchinetta che era collegata con questo tubo (non trovo la parola adatta) che faceva funzionare il tutto.
Pasquale aveva il figlio Paolo che gli dava una mano, ma poi anche lui cambiò mestiere. Invece Gangiluzz non aveva nessuno.

Foto di Giuseppe Comito

Anche io, dopo la scuola, quando non sapevo cosa fare, andavo ad aiutare a girare la manovella, cosi mi guadagnavo qualche 10 lire. Forse da li mi è venuta la voglia di fare il barbiere.
Nooo!!! Stavo scherzando.
Agli inizi degli anni 60 gli asini incominciarono a sparire.
Io partii per la Germania, quindi no so per quando tempo Pasquale ha fatto il suo mestiere.
Col passare degli anni a Chiaromonte non ci furono più asini, di conseguenza morì pure il mestiere du Master.


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