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Storia d'amore Chiaromontese

di G.D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi

Il rione Purtiello nella seconda metà degli anni 60,
durante la costruzione dell'ospedale e il riadattamento stradale

Nota: la storia contiene termini dialettali. La parafrasi di quelli incomprensibili la trovate alla fine


“…Pùzzë a càpê qua alla gèndë
ca c’è u cruòpë, ohi San Giuànnë.
Lëvannìllë e avèramèndë
mò furèrë gràzzia grànnë.

Chiërëmòndë accussì mòrë:
òdië, ‘ndrèssë e nëmëcìzië
òn zë schiàndënë du còrë.
Lêvannìllë ssa spurcìzië”

Estratto da "La processione di San Giovanni 1990"
di Giovanni Percoco

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Vi racconto una storia. È semplice, ma bellissima.
Narra di un rione, uno di quelli ormai con pochi residenti, ma pieno di ricordi e nostalgia, proprio come le sue case, un tempo tutte abitate e vive.
“Allu Purtièllë, puttænë e povërièll딹, dicevano.
Vero. Un tempo ospitava perlopiù contadini, furèsë, qualche malfattore e anche qualche donna di facili costumi, caduta in disgrazia non per piacere, (perché quelle iènë dërètë u mùrë²) ma per necessità e non rendere i figli schiavi di qualche benestante.
Tanto era alto il tasso di povertà allu Purtièllë, che persino una famiglia risiedeva in una grotta.
Erano talmente poveri da ricevere il sostegno di tutto il vicinato. E che vicinato…
Solidarietà e condivisione contraddistinguevano il rione, bellissimi pregi che Banfield non notò, o fece finta di nulla.
Chiunque tornasse dalla campagna, cu ciùccë o a burrìchë carëchë, faceva assaggiare ancunu cundarièllë a chi si trovava nei paraggi. 
C’era addirittura chi, di rientro dalla propria terra, portava con sé i gammarìcchië e, radunati i bambini del vicinato, li rendeva felici grigliandoli alla fucàgnë o in mezzo alla strada, creando un’atmosfera di gioia che alleggeriva i cuori e le pance dei piccoli.
Giovanni (sinistra) ed Egidio (destra) Ricciardi

E poi c’erano loro, i cugini Giovanni ed Egidio Ricciardi.
Giovanni era uno dei portalettere; Egidio, invece, uno dei tanti fabbri del paese.
Grazie ai loro mestieri godevano di qualche piccolo privilegio in più, che non mancavano mai di mettere al servizio degli altri con generosità.
La porta con la trave
prima dell'intervento
 
Amavano Chiaromonte incondizionatamente. E ancora di più amavano il loro rione, u Purtièllë per l’appunto, tanto da intervenire affinché uno dei tasselli più importanti della sua storia non andasse perduto.
U Purtièllë, o meglio u Përtònë (che dà il nome al rione) è l’unica porta rimasta in piedi dell’antica cinta muraria. 
Avendo resistito al tempo e all’incuria, si narra che durante il periodo del brigantaggio venne munita nuovamente di un portone di legno, chiuso prontamente di notte e in caso di emergenza.
La trave superiore rimase l’unica superstite. 
Chissà quanto antica, esposta alle intemperie e ai rigidi inverni dell’epoca, a metà degli anni Sessanta mostrò i primi segni di cedimento e di pericolo. Mentre tanti altri chiaromontesi ignoravano o cancellavano tracce importanti della nostra memoria, Giovanni ed Egidio unirono le forze, tentando il tutto per tutto affinché quel vecchio pezzo di legno, consumato dagli anni, restasse al proprio posto per raccontare ai posteri la loro storia e quella del paese.
Con grandissima fatica e l’aiuto di qualche altro residente, issarono una grossa trave di ferro proprio sotto l’antico pezzo di legno, salvandolo dalla stessa fine toccata a tanti resti abbattuti con incoscienza e leggerezza. La trave di ferro compì egregiamente il proprio lavoro: sostenne per oltre trent’anni quel legno antico che, col tempo, si adagiò stanco su di essa.
Una delle prime foto scattate dopo l'installazione della trave

Nel frattempo Giovanni prima, ed Egidio poi, lasciarono la vita terrena, e pian piano arrivò il nuovo millennio.
La porta fu finalmente sottoposta a lavori di restauro³, ma insieme ai segni del tempo portarono via anche la sua bellezza autentica e la sua trave: proprio quel brutto e vecchio pezzo di legno, finito chissà dove o consumato chissà in quale fuoco.
Eppure non era solo un pezzo di legno ricoperto di muffa e muschio. Raccontava una storia, una bellissima storia d’amore chiaromontese, di quelle che da troppo tempo non se ne scrivono più.

La porta e la trave agli inizi del 2000

La porta dopo il restauro, senza più la vecchia trave

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Parafrasi termini dialettali

burrìchë: asina
cundarièllë: cosetta, collegato perlopiù al cibo
gammarìcchië: gamberetti, facilmente reperibili nelle campagne Chiaromontesi
fucàgnë: camino

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Note

1 - anche altri rioni avevano i loro "detti", ma per le motivazioni indicate nel testo, al Purtiello toccò tristemente questa
2 - è la zona a nord del Catarozzolo
3 - i lavori di restauro cominciarono nell'inverno del 2002, e terminarono in estate 2005 proprio con l'installazione della nuova trave

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Il 1924 e l'indegna memoria ai Caduti

di G.D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi

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Questa che state per leggere è una storia esclusiva di
Chiaromonte e le sue Storie.
Contiene notizie e foto inedite.

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Chiaromonte, anni 30, e la lapide ai Caduti
affissa sul portone principale della Chiesa Madre
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1918

La guerra, la Grande Guerra era finita.
La firma dell’armistizio donò un sospiro di sollievo ai Chiaromontesi, alleggerì i loro animi appesantiti da quelle quaranta vite perdute e che mai più tornarono alle loro case.
Gioiosi, “Miracolo” urlarono molti di loro per le grazie accolte dalla Madonna portata in processione qualche settimana prima, inconsapevoli che di lì a poco tante cose sarebbero cambiate.
Una nuova guerra era da combattere, e questa volta tra le mura di casa.

Processione della Madonna della Pace,
proclamata Santa Protettrice di Chiaromonte
il 1920

1920

Chiaromonte si vestiva a festa per proclamare la sua Santa Protettrice: La Madonna della Pace.
Impressionante la partecipazione dei Chiaromontesi che, con gli emigrati, contribuirono soprattutto economicamente all’organizzazione di quella che fu quasi certamente la più grande festa della nostra storia.
Cassa armonica, concerto bandistico, la fiera, la processione, migliaia di fedeli, i colpi scuri e, guardinghi, tanti volti infastiditi da quell’entusiasmo.
Era il 1920.
Due anni trascorsero dalla fine della guerra, e il silenzio e la dimenticanza verso il sacrificio dei caduti da parte delle istituzioni e anche del paese, rimbombavano ancor più che le bombe sui campi di battaglia, un comportamento ignobile sino ad allora taciuto ma non inosservato.

Scolaresca e fascisti in piazza Garibaldi

1923

Il fascismo impose il suo dominio anche su Chiaromonte.
Non potendo altrimenti, la longeva amministrazione Breglia si avviò verso le dimissioni, rassegnandole però solo dopo aver esaudito il desiderio dei Chiaromontesi.
In quella che fu la loro ultima seduta consiliare, a metà del 1923, deliberarono la commissione di una lapide commemorativa ai caduti della Grande Guerra, archiviata, però, per un “errore procedurale” contemporaneamente allo scioglimento del comune.

1924

Chiaromonte divenne fascista.
Solo una voce, tra tante messe a tacere, venne ascoltata.
Decantatori della Madre Patria e dei suoi eroi, ripresero in mano la delibera archiviata, la “sistemarono”, la approvarono, commissionarono la lapide e nel contempo scatenarono le ire dell’arciprete Pozzi, contrariato dalla decisione del sindaco di installarla sul portone principale della Chiesa Madre e non sulla facciata del campanile come accordato, solo per accontentare il desiderio di qualche Chiaromontese.
Passati sei anni dalla fine della guerra, Chiaromonte ebbe e accolse con freddezza la tanto desiderata memoria ai caduti.

La tanto contestata lapide
installata il 1924, e ancora oggi presente
sulla facciata del campanile della Chiesa Madre

CHIAROMONTE
Al culto dei posteri tramanda
il nome dei suoi eroici figli
che per la patria libera ed immortale
la vita immolarono


Approfittando della situazione imbarazzante tornarono i Chiaromontesi messi a tacere.

[…] Per il loro «Dovere» tutto hanno dato, in silenzio, e noi troppo presto abbiamo dimenticato il loro sacrificio.
[…]Se dobbiamo onorare degnamente i nostri morti dovremmo ricordarli con un monumento degno di tal nome, e non con qualcosa di indefinibile o sconciamente mostruoso…
[…] Si spendono migliaia di lire all’anno, «si bruciano» migliaia di lire in onore dei santi per conservare un’antica balorda tradizione che non sappiamo quanto vada a genio ai santi stessi che si vedono onorati col «culto del rumore…

Da La Basilicata nel Mondo – 1924

Guidati da Arnaldo Spaltro e Antonio Ricci puntarono il dito contro tutti, Comune, Chiesa, emigrati e paesani, capaci di organizzare e raccogliere soldi per le feste patronali ma dimentichi di coloro che pagarono con la vita il caro prezzo della libertà.

Gaetano Cetta (a sinistra) e Arnaldo Spaltro (a destra)
due dei tre fautori del Monumento ai Caduti

Chiamati in causa, gli emigrati risposero prontamente.
Gaetano Cetta se ne fece portavoce invitando i paesani a donare ai caduti un monumento degno di portare tale nome.
In paese colsero al volo l’invito di Cetta e, sempre sotto suo consiglio, organizzarono “un comitato che dovesse valere e dare l’appoggio morale dell’iniziativa in modo da dare sicuro affidamento di serietà ai chiaromontesi emigrati”.

COMITATO DI CHIAROMONTE
per il monumento ai caduti

Avv. Emmanuele Allegretti – presidente
Antonio Ricci
Arnaldo Spaltro
Comm. Serafino Ricci
Dott. Francesco De Nigris
Avv. Enrico Anelli
Dott. Riccardo D’Amelio
Ins. Antonio Lauria

All’appello lanciato da Cetta e dal Comitato risposero in massa Chiaromontesi, emigrati, soprattutto la folta comunità presente in Buenos Aires e anche il Comune, raccogliendo nel giro di un anno migliaia di lire.
Era fatta!
Con spirito guerrigliero, di sacrificio, appartenenza e, visto il periodo, anche tanta paura, ottennero ciò che tanto desideravano, e avviarono le pratiche per la realizzazione di un monumento ai caduti degno di essere chiamato tale.

Ai nostri Eroi
Caduti nella Grande Guerra
per la Patria e la nostra libertà

Ten. Allegretti Giovanni Battista
Ten. Santomartino Leonardo
Sold. Armenti Giovanni
Armenti Domenico
Arbia Pasquale
Amendolara Giuseppe
Amendolara Raffaele
Cersosimo Luigi
Ciancio Egidio
Ciancio Vincenzo
Ciancio Egidio Antonio
Cosentino Antonio
De Palma Amntonio
De Palma Domenico
De Salvo Antonio
Donato Emidio
Donato Paolo
Figundio Vincenzo Andrea
Guglielmelli Nicola
Grandinetti Nicola
Grandinetti Raffaele
Guarino Andrea
Guarino Nicola
Grossi Luigi
Landi Antonio
Laruina Domenico
Lista Giovanni Antonio
Lista Vincenzo
Maltese Nicola
Marsico Giuseppe Maria
Marsico Nicola
Pangaro Giuseppe Vincenzo
Rosato Giuseppe
Sergio Arcangelo Raffaele
Sergio Giovanni
Santomartino Raffaele
Stigliano Egidio
Viola Andrea
Viola Raffaele
Vozzi Domenico


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Fonti

Chiaromonte, economia amministrazione pubblica, cultura. Elefante, 1989

Internet Culturale

Archivio storico personale
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Storie correlate




Tenente Giovanni Allegretti, un eroe Chiaromontese



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Il Palazzo degli Uffici

Di G.D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Chiaromonte

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Questa che state per leggere, è un esclusiva di
Chiaromonte e le sue Storie

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Il Palazzo degli Uffici sullo sfondo, in una panoramica di
Chiaromonte di fine anni 50 

Chiaromonte, 1884.
Archiviata “l’epoca nobile” la classe politica rese il paese punto strategico istituzionale di tutto il circondario, e riunire in un’unica sede tutti gli enti, compresa la Casa Comunale, divenne priorità degli amministratori dell’epoca.
Sprovvisti di un edificio abbastanza ampio per ospitarli (escludendo ovviamente il palazzo vescovile e il castello) commissionarono un progetto ad un certo ingegner Pisani che approvarono solamente nel 1915 grazie all’amministrazione Breglia che stanziò anche i primi proventi, ma lo scoppio della prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo lo riportarono nuovamente in archivio.
Chiaromonte, anni 30

allu Mùrë da Pòrtë, anni 50
Il secondo dopoguerra confermò il nostro paese quale punto strategico istituzionale del circondario.
Agli enti già presenti se ne aggiunsero altri, escluso il collegio elettorale passato definitivamente a Lagonegro.
La forte rappresentanza politica e le sue connessioni spinsero già la prima amministrazione guidata da Arturo Costanza a rispolverare quel progetto, e questa volta per realizzarlo.
Nonostante le dimissioni sia di Costanza che di Dolcetti (suo vice), le pratiche continuarono il proprio corso grazie al commissario prefettizio Alfredo Pizzo che, sostenitore anch’egli della realizzazione dell’opera, incaricò l’ingegnere Ferrari alla realizzazione di un nuovo progetto.
Approvato il progetto, tra i vari terreni a disposizione scelsero la scarpata tra il Palazzo Vescovile e la proprietà della famiglia Di Giura, l’unico che permetteva la costruzione della struttura, scatenando diverse polemiche tra i cittadini, sfavorevoli ad un cambiamento epocale di tale dimensione in una zona che conservava alcuni resti di una delle porte dell’antica cinta muraria, u Mùrë da Pòrtë.
Stanziati diversi milioni derivati soprattutto dal taglio dei boschi Magnano e Pollino, affidarono l’appalto ad una ditta forestiera specializzata in tecniche moderne costruttive che, coinvolgendo diversa manovalanza paesana, nel 1952 avviò i lavori e il primo cambiamento postbellico di Chiaromonte.
Inaugurazione del Palazzo degli Uffici.
Si notano Emilio Colombo a sinistra, il sindaco Sergio De Judicibus al centro
e mons. Alfredo Vozzi sulla destra.
Foto Edward C. Banfield. 1954

Dopo due anni ininterrotti di cantiere, nel 1954 alla presenza di uomini di Stato tra i quali l’allora deputato Emilio Colombo, militari di alto grado, Edward C. Banfield che immortalò il momento e mons. Alfredo Vozzi, il sindaco Sergio De Judicibus tagliò finalmente il nastro, consegnando alla cittadinanza e al circondario la prima struttura moderna in Lucania, e una delle prime in Italia del secondo dopoguerra: il Palazzo degli Uffici.

«Chiaromonte ha, inoltre, l’orgoglio, ed una sorta di bandiera che dalla collina su cui si adagia sventola su tutta la regione, di possedere un palazzo per tutti gli uffici: un palazzo imponente, moderno, il primo ed ancora il solo della Regione».
G.G. Lo Schiavo
presidente Corte d’appello Potenza

Le caratteristiche scale
all'interno del Palazzo degli Uffici.
Pino Sassano
Ad occhio più imponente del mastodontico Palazzo Vescovile, quel parallelepipedo di sei piani dalla struttura moderna, la tabella in metallo “Palazzo degli Uffici” affissa sul terrazzo centrale, i tre portoni giganti e le scale all’interno intrecciate come fossero un quadro di Escher, stupì non solo le autorità e il pubblico presenti ma anche i contrari, consapevoli di ritrovarsi di fronte ad un piccolo paradiso in un centro storico mal conservato e poco curato. 
L’edificazione del Palazzo degli Uffici apportò diversi miglioramenti soprattutto alla viabilità e ai collegamenti interni e verso gli altri paesi. Con l’ultimazione dei lavori si avviò la seconda fase di trasformazione di Chiaromonte, che nel giro di pochi anni portò al paese il plesso delle scuole elementari, l’ospedale a Santa Lucia, le scuole medie a San Pasquale e un nuovo carcere a San Rocco, nonché l’abbellimento di quello che sarebbe diventato il passeggio Chiaromontese, ovvero la strada che congiunge l’ospedale alla piazza, con lo zampillo¹ e la villa comunale oggi dedicata a Papà Giovanni Paolo II.

Sin dall’inaugurazione, oltre ai tre enti già citati, il Palazzo degli Uffici ha ospitato anche l’ufficio di registro, il catasto, l’esattoria, l’ufficio agricolo di zona e il centralino.
Contrariamente a quanto previsto l’unico ufficio escluso fu quello postale, che rimase nei pressi di piazza Garibaldi sino alla fine degli anni 80.
A metà degli anni 90, a seguito dei lavori di restauro, il Comune si trasferì all’ultimo piano nell’ex caserma dei carabinieri, mentre agli altri enti, purtroppo, toccò una sorte diversa.
Sin dalla fine degli anni 70 il tempo e tanti altri fattori remarono contro Chiaromonte.
Il trasferimento a Senise della tenenza dei Carabinieri nel 1986 ufficializzò il triste destino della rappresentanza istituzionale storica del nostro paese. Ad essa seguirono man mano tutti gli altri enti, e non solo quelli presenti nella struttura, trasferiti tra Senise, Sant’Arcangelo, Lagonegro e altri paesi. A resistere fu ed è solo il Giudice di Pace, ovvero, ciò che rimane della storica Pretura.


La nuova sala consiliare

Il Palazzo degli Uffici dagli inizi del 2000 è perlopiù occupato dal Comune.
Grazie ai lavori di restauro può vantare di una nuova sala consiliare e l’abbattimento totale delle barriere architettoniche grazie ad una rampa d’accesso in via Giovanni Di Giura e all’ascensore all’interno attivo dal 2007.
Negli anni, oltre gli enti già citati, è stato anche sede dell’ufficio di collocamento (prima nell’ex centralino, poi nell’ex cassa), dell’ufficiale sanitario, dello sportello Inps², dell’ufficio notarile³, una banca, altri enti, associazioni volontarie e dal 2023 nell’ex caserma è in funzione la biblioteca comunale…
Il Palazzo degli Uffici oggi

Si, la storia del Palazzo degli Uffici termina con i tre punti di sospensione perché non narra solamente di un edificio storico, ma soprattutto di una Chiaromonte forte, fiera, disposta a tutto, sulla bocca di tutti e invidiata, perché nulla aveva ed ha da invidiare a nessuno.

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2,3 - uffici ancora presenti
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Fonti

Chiaromonte - economia, amministrazione pubblica, cultura
di F. Elefante 1990

Archivio storico personale
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Leggi anche


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Lo zampillo - parte 2

Dalla storia alla mitologia
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IL MURO DEI RICORDI
de
"LO ZAMPILLO"

(lascia un commento sotto e lo riportiamo qui, cosi che prima che la storia venga letta, possano capire cosa e quant'era lo zampillo per i giovani degli anni 80 e 90) 

✽

“Ah! Se lo zampillo potesse parlare”
Igor M.
"per noi era casa"
Marilena S.
"quante partite a calcio"
Gianluigi P.
"... era un punto di passaggio e di ritrovo
per noi ragazzi degli anni 80"
Pino P.
"era il posto giusto per sbaciucchiarci"
Rosita C.
" mi ricordo che la sera alle nove ci vedevamo là.
Chi giocava a schiacciasette,
chi faceva una cosa e chi un altra.
Motorini, carrozzini, macchine
era il punto di ritrovo dei giovani"
Pietro P.
"ricordo le passeggiate nel corso
e per passare dovevamo spostare i rami dei pini,
mente tutto intorno era pieno di macchine e motorini
e soprattutto ragazzi"
Maria A.
"sono uno di quelli assidui.
Serate con la chitarra, partite a pallone, sbornie,
incontri... ehm... insomma,
veramente di tutto, non ultimo
innaffiaggio per conto del Comune
per mesi alla villetta che affaccia sullo zampillo.
Tanta nostalgia,
ma soprattutto tanta gioia"
Pino D.



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di G.D. Amendolara
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storia inserita in archivio> Chiaromonte
Tempo di lettura stimato: 6 min.

Leggi anche la parte 1 per conoscerne la storia.


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Lo zampillo tra la metà e la fine degli anni 80.
Foto di Pino Sassano



Triangolo, rotatoria,
zampillo.


Guai a toccare gli oleandri o le rose che stavano li per abbellire il posto.
Gësëppìnë a guàrdië sarebbe sbucata dal nulla e ti avrebbe richiamato con il suo “u vì, mo piglië a pëstòlë”, per poi tornare ad essere ciò che era, una donna buona amante del proprio paese e che dispensava buoni consigli, come se tutti fossero i propri figli.
Nonostante ciò, i suoi tentativi sarebbero presto svaniti, perché erano troppi, adolescenti, e seguirli era quasi impossibile. Erano pieni di vita, di gioia, e dello zampillo ne avevano fatto il loro punto di ritrovo.


“Dove ci incontriamo? Alle quattro e mezza allo zampillo”.


Foto di Sabrina Sergio
Motorini, moto, macchine, trerruote e anche biciclette, dalle bmx a quelle da corsa di decine e decine di ragazzi e ragazze che si radunavano in massa, e tutto parcheggiato ai bordi della strada, dal chiosco sino alla SIP, e anche oltre, anche davanti le panchine cosi da scatenare le reazioni di chi da lì transitava, che oltre a fare attenzione a non “grattare”, avrebbe dovuto avere altri due occhi per evitare di investire qualcuno.
Tutto d’un tratto da uno stereo portatile o da una macchina sarebbe partita la musica, rigorosamente a palla, e aveva cosi inizio il pomeriggio estivo Chiaromontese.
Tre panchine mai sane e che a fatica reggevano ognuna sei ragazzi, tre sulla seduta e tre sulla spalliera, con le doghe piene di scritte, proprio come lo era la scala che dallo zampillo porta alle scuole elementari, con gli scalini riempiti di versi di canzoni, dichiarazioni d’amore anonime o offese verso chi si odiava, scritte senza senso e le parolacce, tante.
Il muretto e la scalinata.
Foto Sabrina Sergio


Piena, sempre la scalinata, di ragazzi seduti che se cercavi un posto avresti potuto solamente o al mattino presto o a notte fonda quando tutti erano a letto. Eppure anche in mattinata qualcheduno era lì, uno o una di quelli che avevano perso il sonno o a letto non c’erano proprio andati.
Pieno il muretto dove si fumava qualche sigaretta di nascosto o a raccontarsela. Pieno il guard rail, la villa e le sedute di pietra lungo il corso che per trovare qualche posto bisognava chiedere un miracolo, e non sarebbe bastato salire e scendere per il corso decine di volte, perchè spesso finiva che arrivava l’ora del rientro e ti saresti seduto a casa, perché non avresti trovato posto nemmeno al monumento, dove parte della folta ciurma dello zampillo ripiegava.
Lo spiazzo sotto le scuole elementari
La musica che partiva dagli sterei pareva la sigla di entrata del pallone, spesso il classico Super Santos, e dieci, venti, anche di più, radunati tra lo zampillo e la SIP, cominciavano a lanciarselo in semplici passaggi o in vere e proprie partite di calcio o pallavolo che se volava giù nel dirupo chi aveva coraggio a riprenderla veniva acclamato come un vero e proprio eroe, seppur spesso risalivano come se avessero lottato contro chissà cosa a causa dei rovi. 
E chi non trovava spazio in strada occupava lo spiazzo delle scuole elementari dove una volta c’era una rete da pallavolo.

“Attièndë ca mo passënë o Carabbënièrë”

avvertiva Giuseppina, e semmai fossero passati davvero, come se niente fosse, ognuno al proprio posto come bravi ragazzi che al vedere sparire la camionetta o la Panda, riprendevano da dove avevano lasciato.
Alla sera poi sarebbe divenuto anche un posto pieno di nascondigli dove potersi appartare o per altro, mentre tutto il resto continuava ciò che aveva cominciato nel pomeriggio, fino a notte inoltrata.
E non importava se il tempo fosse stato bello, nuvoloso, brutto.
Nei mesi freddi sarebbe stato meno frequentato, perlopiù a causa della scuola, ma gli impavidi onnipresenti non avrebbero lasciato per nessuna ragione il loro luogo d’aggregazione, sempre seduti sulle panchine o sul muretto, rannicchiati dal freddo, mentre in entrambe le direzioni macchine parcheggiate piene di ragazzi e ragazze ad ascoltare la musica che i vetri appannati trattenevano e nascondevano le facce di chi stava dentro.
E se fosse piovuto? ci si riparava al muretto grazie agli alberi, o all’asilo nido o sotto gli archi, e chi non trovava spazio si rifugiava nel palazzo degli uffici o nell’atrio delle scuole elementari, in estate come in inverno, perché non vi era niente che li fermava a rimanere nel loro posto preferito, ne il giorno e ne la notte, ne il caldo e ne il freddo di quello pungente che decorava lo zampillo di cascate di ghiaccio, semmai l’acqua l’avessero tenuta aperta.

Foto di Vincenzo Sarubbi

Tutto ciò che dico non è inventato.
Chiaromonte negli anni 80 era cosi, cumuli di ragazzi e di giovani turisti in visita dalle famiglie che riempivano ogni spazio possibile, dallo zampillo al monumento, dal chiosco ai bar in piazza, da mattina a sera, e senza tregua.

Prima dell'ultimo restauro

Ad un tratto accadde qualcosa.
Tutto intorno cambiò.
La magia che lo caratterizzava parve in uno schiocco svanita.
Nessun ragazzo più seduto sulle panchine o sulle scale, nemmeno al guard rail o sul muretto, e il vuoto totale ai bordi della strada.
Anche lo zampillo rimase coinvolto nel periodo nero che ancora oggi colpisce i piccoli paesi, ma del tempo non ha paura, e nonostante tutto è ancora lì, anche abbellito, e mentre il silenzio ormai fa da padrone, se da lui ti rechi e chiudi gli occhi riuscirai a sentire ancora quelle urla di gioia, le acclamazioni verso chi raccoglieva il pallone nel fosso, e quella musica a palla uscire dagli sterei portatili e dalle macchine che rivedrai parcheggiate, cosi come potrai rivedere i motorini, le biciclette, i treruote in ogni dove, e le scale piene di ragazzi e ragazze, gli stessi che lì si radunavano al mattino per partire verso chissà quale luogo, e questo perché lo zampillo non è un posto qualunque, è il deposito di migliaia di ricordi che custodisce gelosamente, perché lo sa che la storia si ripete, che tutti quei giovani possono tornare a renderlo nuovamente vivo… e attende, proprio come una madre attende il ritorno dei propri figli.
Non è solo un pezzo di cemento.
È storia, la nostra. E che storia.




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Lo zampillo - parte 1

Storia di un simbolo generazionale
(e della trasformazione di Chiaromonte negli anni 60)

di G.D. Amendolara
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storia inserita in archivio> Chiaromonte
Tempo di lettura stimato: 2 min.



Cartolina di fine anni 50. Ed. Figundio
Da notare il primo cambiamento di Chiaromonte
con la realizzazione del Palazzo degli Uffici.
Tutto il resto era campagna.


Il secondo dopoguerra non si presentò per niente facile per Chiaromonte.
La ripartenza verso una nuova epoca trovò non poche difficoltà ad ingranare la marcia, tra povertà diffusa ed emigrazione di massa verso le grandi città del nord Italia.
Il meccanismo ebbe il primo cenno di sblocco a metà degli anni 50 con la realizzazione del Palazzo degli Uffici, dove vennero raggruppate tutte le sedi istituzionali presenti in paese e che, oltre ad essere la prima opera moderna realizzata nell’intera regione, diede finalmente inizio al miglioramento del paese.
La nuova zona in trasformazione.
Fine anni 60

Si proseguì con la realizzazione del plesso delle scuole elementari e dell’ospedale poi, opera che diede un nuovo volto ai confini di un centro storico all’epoca mal conservato e poco curato.
La vasta area (da Santa Lucia sino a sotto il Monumento ai Caduti) subì una trasformazione epocale.
Strade asfaltate e percorribili da qualsiasi mezzo a motore sostituirono quelle mulattiere, e di nuove ne vennero realizzate per facilitare il collegamento con i paesi limitrofi.
Dalla terra estratta per la costruzione del Palazzo degli Uffici e dall’adattamento della strada, il comune decise di realizzare un parco comunale “la villetta”, che col parco del Monumento divenne punto d’incontro e di gioco per bambini e ragazzi.
Nel giro di pochi anni quella zona (sino ad allora campagna) divenne parte integrata del paese con abitazioni (due Ina Casa) e persino le sedi di SIP e Enel.

Cartolina primi anni 60. Ed. Vozzi
Da notare sulla destra dove venne realizzato
il parco comunale, la villetta

L’alberatura della strada che dall’ospedale porta al centro storico, e in essa e nella villa l’installazione di panchine e di sedute di pietra e cemento, ne fece il nuovo passeggio dei chiaromontesi, i quali trovarono nel chiosco dell’ospedale e di un bar lungo la strada (entrambi sorti tra fine anni 70 e inizio anni 80) due nuovi punti di aggregazione diversi dai classici già presenti in paese.
A rendere ancora più grazioso il posto fu uno zampillo posizionato al centro dell’incrocio sotto la villetta, circondato da un piccolo giardinetto con piante e fiori cosi da fungere da rotatoria come intersezione tra Santa Lucia, la strada che continua verso il paese e l’altra che scende verso Santa Maria (Cimitero e ponte du Zëccawuìë),
Con la realizzazione delle case popolari in contrada San Pasquale¹, decine di famiglie ebbero gli appartamenti assegnati, e lo zampillo, sin dagli inizi degli anni 80, divenne punto d’incontro, e non solo, tra i ragazzi dei due centri abitati.

Lo zampillo

Gli anni passarono.
Aprirono e chiusero decine di attività nel corso, venne inaugurata anche la nuova sede dell’ufficio postale, e sorsero nuovi edifici, tra i quali il mercato coperto, cosi che la zona divenne a tutti gli effetti zona del paese e non più campagna.
Cambiarono tante cose, in meglio e in peggio.
Cambiò Chiaromonte, ma lo zampillo no, seppur abbellito, seppur attorno a lui tante cose modificate.
Lui è rimasto lì, fermo e immobile, cosi come lo sono i nostri ricordi e il nostro legame verso di esso, perché non è cosa qualunque, non solo un pezzo di pietra posto là in mezzo.
È storia, la nostra, di noi ragazzi nati tra gli anni 70 e gli anni 90. E che storia…

Continua...






Curiosità

Dove è posizionato lo zampillo, con tutta l’area della posta e dell’INA Casa (casa Cëccìllë u portalèttërë) un tempo era chiamata Arië dë Mënghìllë, uno dei punti dove si seminava il grano ai confini del centro abitato

Alla fine degli anni 80 venne inaugurata la nuova sede dell’ufficio postale

Alla fine degli anni 80 vennero ultimati i lavori di quello che sarebbe dovuto divenire l’asilo nido, ma fu sede della direzione didattica prima e del Corpo Forestale poi.

Nella nuova zona, quindi tra la villetta e l’ospedale, vennero aperte:

Tra il palazzo degli uffici e la villa due pizzerie (La Terrazza, che divenne a metà anni 90 un club e poi sede di un partito politico, e “La Villetta” di Luciano Sarubbi), un bar (degli amici, negli stessi locali de La Terrazza), negozi di abbigliamento e di informatica

Zona ospedale il chiosco (Snack Bar), un negozio di fiori (collegamento), il tabacchino, un armeria e un negozio di calzature (mercato coperto, che per anni fu sede della scuola infermieri e anche di uno studio oculistico)



Note

1 - San Pasquale era considerata contrada, cosi fino agli inizi degli anni 2000.




San Pasquale

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di G.D. Amendolara




San Pasquale - foto degli anni 40



Da quanto sia presente con certezza nel nostro paese non si sa, ma San Pasquale, seppur in tono minore, è ancora venerato.
Rimane ben poco di quello che era una volta il suo Convento, ma è cosa certa che la sua storia è centenaria, e forse anche di più.
A detta di vecchie testimonianze, si presentava assai grazioso.
La sua Chiesa doveva essere assai bella con i suoi tre altari lignei, la statua del Santo, altre statue e sculture sacre, le varie raffigurazioni, un quadro della Madonna Addolorata, vari oggetti in argento e cimeli in legno intagliati, tutti dal valore inestimabile.
Sempre da come raccontano, sembrava non essere seconda alle Chiese e alle Cappelle presenti sul territorio.
Era un convento a tutti gli effetti, con chiostro, libreria, cantine, stanze per i forestieri, cappelletta, stalle per gli animali, terreni da coltivare, vigne e molto altro.
Retro della Chiesa - foto G. Monaco
Cosi era fino a quando l’ordine dei frati Alcantarini, che ebbero in dono il convento dal Principe di Bisignano, fu man mano soppresso e unito all’ordine dei frati minori e, con il loro abbandono, il Convento andò in quasi totale rovina.
Provarono più volte a rimetterlo in luce, sotto richiesta dei Vescovi, che ebbero addirittura l’approvazione di un aiuto economico da parte del Sindaco.
Non andò mai a buon fine.
Il Consiglio di Intendenza non approvò i metodi da poter utilizzare, cosi, l’aspettata rinascita di San Pasquale rimase un progetto che non venne mai realizzato.
Così accadde che, i terreni dove situa anche la cappella, divennero di proprietà di un importante famiglia Chiaromontese.
foto di Ugo Breglia
Con grande devozione e, sicuramente, grande rispetto per la storia della loro terra, ci fu chi si prese cura non solo dei terreni, ma anche della Chiesetta.
Tra questi ci teniamo a citare zë Gësèppë Tërribbùwë e zia Marìë a Mazzarònë, che oltre al lavoro nei campi, nel frattempo, hanno saputo custodire e curare la Cappella con tutto ciò che vi era conservato.
Tutto questo però fino al 1957.
Da quel momento in poi la Chiesetta cadde in quasi totale abbandono, ricevendo solo qualche piccolo rappezzamento, ma nulla di più, fino alla fine degli anni 80, quando finalmente avvenne un vero e proprio restauro, senza però intaccare la sua forma, ovvero, una casina con una campanella posta sulla porta d’ingresso.
Confinante con una Cappella che non ebbe la sua stessa fortuna(leggi qui la storia), San Pasquale dà anche nome a quella che un tempo era una contrada ricca di campi coltivati, soprattutto frumenti e qualche vigneto.
Oggi tutti quei campi non esistono quasi più.
Dalla fine degli anni 60 cominciarono ad essere realizzate le prime strutture, come la Scuola Media e le case popolari, e di quei campi restano solo degli uliveti e qualche piccolo pezzo di terra utilizzato per il classico orto stagionale.
mia ricostruzione su com'è e com'era San Pasquale
In seguito sorsero anche le prime residenze private e, man mano, le prime attività commerciali, nuove o trasferitesi dal paese, come il primo e unico Supermercato, il museo archeo-antropologico e, per l’appunto, tante altre attività commerciali di vario genere, tra cui ristoranti e locali serali.
E’ anche zona altamente archeologica, dove sono state scoperte importanti tombe e reperti, conservati in gran parte nel Museo Nazionale della Siritide di Policoro.

Oggi della venerazione del Santo è rimasto ben poco, ma resta sempre nel cuore di molti Chiaromontesi che, seppure i tempi hanno cambiato i legami con la religione, anche grazie al mantenimento delle tradizioni, cercano sempre di mantenere viva la propria storia.


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Pubblico, poesia in prosa di Giovanni Monaco, che ha di San Pasquale questo ricordo della sua infanzia.

Sàn Pascǽlë

di Giovanni Monaco

Mezza pòrta spàlancǽtë,
na cupërtùra sciùllætë,
duijë trævë sciàncǽtë
cu na campanèllë
ca së tënìë appëzzëcætë pë non cadè,
e ca sunǽvë sùlë quànnë mënǽvë u vièndë,
o quànnë i guagliùnë
a pëgliàvënë a pëshkunǽtë.
E na statuèllë sòpë a n'altǽrë
miènza arrùbbiëcǽtë,
ca të guardǽvë, e fa chë të dëcìë:
Pëcchè m'avìtë fàttë arrëddùcë accussì a cæsa mìë.
E pècurë, cræpë e puòrchë
cë së iènë a cuccǽ.
Ma Sàn Pascǽlë, cu pëshkùnë,
càucë e mattùnë, s’ha mìsë a pòstë,
senza dìcë nièndë a nësciùnë.
E mo cë fæcë trasì
sùlë a chìllë c’u vònnë bènë.

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Traduzione

Una porta spalancata,
una copertura crollata,
due travi spaccate,
con una campanella
che si teneva appesa per non cadere,
e che suonava solo quando soffiava il vento,
o quando noi ragazzi
la prendevamo a sassate.
E una statua sopra un altare
mezza sepolta,
che ti guardava, e pareva dirti:
perchè avete fatto ridurre cosi casa mia.
E pecore, capre e maiali
ci andavano a dormire.
Ma San Pasquale, con sassi,
calce e mattoni, se l'è messa a posto,
senza dire niente a nessuno.
E adesso ci fa entrare
solo a quelli che gli vogliono bene



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Foto del rione San Pasquale oggi
di Pino Sassano
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Si ringrazia di cuore Nicola Donato per alcuni dettagli forniti sulla storia.
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