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BAR TOTIP (o totocalcio, o semplicemente il bar di Antonio)

di G.D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Operazione 80 nostalgia

Il “Bar Totip”. Giugno 1987.
Da destra: Antonio Donadio, Franco Cafaro (dietro), Paolo Cicale, Antonio Picone, 
Antonio Rosato, Antonio Trabucco. 
Le bambine: Rosita De Salvo (destra), Mariana Trabucco (sinistra).
Foto Archivio fotografico fam. Amendolara Franco


Ringrazio di cuore Rossella Donadio, figlia di Antonio.


Ad Antonio Donadio
un amico, un grande Chiaromontese



Ah, la nostalgia…
Quello stato d’animo dalle mille sfaccettature alla disperata ricerca di ciò che è stato e non c’è più.
È buffa la nostalgia: trattiene forte le redini degli umori e ti trascina con sé, poiché sa come passeggiare nel tempo attraverso quel ponte da essa costruito, l’unico passaggio che collega ieri a oggi.
È una scintilla, sempre lei la nostalgia.
Ad innescarla è il subconscio.
D’un tratto, così, come se nulla fosse, spalanca lo scrigno dei ricordi che cuore e mente custodiscono gelosamente, ed è impossibile fermarli, scorrono veloci, uno richiama l’altro, proprio come quando ti torna in mente il bar di Antonio.
E cominci…

Ricordi?
La serranda. Quella che a pochi torna in mente, ma la prima ad annunciare col suo brusco rumore all’apertura l’inizio della mattinata Chiaromontese, dal martedì al sabato, alle 06.30.
Chiudeva alle tredici per il pranzo e alla sera attorno alle ventuno. In estate un po' più tardi, ma puntuale ad ogni passaggio di funerale, con tanto di invito al silenzio da parte di Antonio.
E il gorgoglio e lo sbuffo del vapore della macchina del caffè? Loro, prima delle 07.00, anticipavano il suo della sirena delle 08.00.
Nonostante l’abitudine per molti di bere il caffè a casa, grazie alla presenza di molti uffici e attività nel centro storico, già dall’apertura, e almeno sino a mezzogiorno, grazie alla numerosa presenza di clienti, i continui tum! tum! tum! del filtro sbattuto, il tintinnio delle tazze, il frastuono del macinacaffè e il fischio del vapore, componevano la colonna sonora delle mattinate Chiaromontesi.
E le tabelle dell’Algida e della Eldorado?
Le ricordi?
Quelle affisse all’esterno.
Più che il prezzo dei gelati, indicavano il cambio di stagione.
Praticamente: affisse equivalevano a estate, tolte… nostalgia.
E le sedie?
Quelle con le corde di plastica intrecciate, tipiche degli anni 70 e 80.
Blu, rosse, verdi, arancio e gialle, con o senza braccioli; comode, certo, ma pronte a lasciarti un bel segno sulle cosce quando d’estate ti sedevi in pantaloncini.
E guai se i bambini tentavano di infilare le dita tra le fessure delle corde. Non sia mai…
Anche i tavoli erano l’emblema dell’arredo dei bar di quegli anni. Dell'Algida o della Peroni, bianchi coi piedi di metallo o plastica: all’apparenza deboli, ma incredibilmente resistenti ai colpi dei giocatori di carte.
E ricordi l’altro “complemento d’arredo”?
Parlo delle casse della birra, quelle gialle e rosse della Peroni o della Raffo.
Sfilavano a decine, tutti i giorni.
Con le bottiglie piene finivano dritte nel ripostiglio; con quelle vuote, impilate a decina, occupavano lo spazio tra il flipper e il telefono, mentre non poche finivano nelle mani di chi diceva “po ta tòrnë” ma non la tornava mai.
Il telefono
di quelli grigi, a cassone, funzionante col gettone da 200 lire.
Con l’elenco telefonico e le Pagine Gialle poggiati sopra, già dalla fine di agosto quel telefono diventava meta dei ragazzi, pronti a risentire gli amici appena partiti o gli amori estivi nati negli angoli nascosti del paese.
E i videogames?
La mia generazione li ricorda benissimo.
Tutti all’avanguardia: Golden Axe, Outrun, Pac-man, quelli del calcio, Street Fighter e molti altri ancora.
Cinquanta o cento lire a partita, a seconda del cabinato, e duecento o cinquecento lire per il flipper, dove non mancava mai una gara a premi. E poi c’erano le imprecazione dei giocatori, sempre giovani, pronte a destare i giocatori di carte.
Loro, si, proprio loro: i giocatori di carte.
Presenti fin dall’apertura pomeridiana, riempivano il bar di fumo e imprecazioni.
Oh! Còmë faciènë! Parevano contendersi chissà quale masseria.
Con loro si sedeva spesso anche Antonio, pronto a farsi una partita, ma anche a scattare in piedi per servire i clienti al bancone… con una rapidità a dipesa della mano che giocava.
E il bancone? lo ricordi?
Anche quello, un classico di quegli anni: scuro, specchiato, col ripiano in metallo completamente graffiato.
Pareva un tutt’uno col pozzo dei gelati e la vetrina dove trovavi merendine, dolciumi e schedine.
Il Totocalcio e il Totip dapprima, e in seguito anche il Totogol e il Totosei, giocate soprattutto al sabato, quando la stampante, con il suo rumore stridente, pareva impazzire, fino all’ultimo secondo utile prima della chiusura delle giocate.
Dietro al bancone, sulla scaffalatura, si allineavano le classiche bottiglie di liquore, le più consumate dai clienti. In cima, in fila indiana, c’erano invece decine di bottigliette mignon, pronte alla consumazione ma destinate, soprattutto, a finire in una delle tante collezioni custodite nelle case Chiaromontesi.
E ricordi i boeri nella loro torretta, la tabella nera dei prezzi quasi mai aggiornata, il fumo asfissiante delle sigarette, i cartelli scritti a mano, le patatine all’entrata, se non ricordo male anche il jukebox, tutti gli snack in voga all’epoca, dal Raiders allo Snickers. E poi i clienti fissi, e Giovanni e Daniele, pronti ad aiutare il padre in estate e nelle feste, quando la gente si ammassava.
E ricordi…
Ricordi il BAR TOTIP, o Totocalcio, o semplicemente il “bar di Antonio”?
Così lo chiamavano i ragazzi degli anni Ottanta, per via di quell’unica insegna che lo indicava: Totip, per l’appunto. 
Un bar semplice, senza fronzoli, dalle pareti gialline decorate con qualche quadretto sparso qua e là.
Era lì che si trovava il meglio di quel decennio, degli anni Ottanta, ma anche dei Novanta.
Ed era lì che trovavi Antonio, la vera anima di quel locale, più di tutti gli elementi appena elencati: un omone pacato, gentile. Una bellissima persona, di sani principi, vero, di poche parole, ma con occhi pronti a raccontare i duri sacrifici affrontati in una vita che non gli si presentò per nulla semplice.
Per i ragazzi gestiva quel bar da chissà quanti anni; non ne conoscevano la storia, né la sua lunga esperienza dietro al bancone, cominciata molto tempo prima col fratello Nicola nel bar dello zio Raffaele.
Ed è ancora lì che lo vediamo, Antonio, mentre batte il filtro del caffè, scambia due parole con amici e clienti, o è immerso in una partita a carte, con la sigaretta tra le labbra.
È ancora lì, Antonio, a prenderci un gelato, a versare un bicchiere di Coca-Cola o un bicchierino di liquore, a servire una birra dopo l’altra e a scambiare mille lire per dieci monete da cento, pronte a finire nei videogames. Ed è ancora lì a fumare un'altra sigaretta, fuori, magari da solo.
Sì, Antonio è ancora là. Anche se non c’è più, e nonostante dopo di lui si siano succedute diverse gestioni.
È ancora lì ad accogliere i suoi clienti, fissi e di passaggio, e a insegnarci la sua lezione più bella: è con la semplicità che si entra nel cuore e nel ricordo di tutti. Ma, soprattutto, nella storia.
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Antonio, al centro, insieme ad altri due personaggi storici di Chiaromonte:
Roberto Figundio (sinistra) e Renato Pozzi (destra)
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Collegamenti alla storia

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