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ELEZIONI 1970, l'inizio della più lunga battaglia politica di Chiaromonte

di G.D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Storia Politica

Questa che state per leggere, è un esclusiva di
Chiaromonte e le sue Storie

Giovanni Viviano ricoprì due volte
la carica di sindaco di Chiaromonte
e posò la prima pietra per la costruzione dell'ospedale,
del quale fu primo presidente.


1970.
Dopo anni di stallo alla vigilia delle amministrative tornarono i socialisti, ben organizzati e con una sezione guidata da nuove leve, proprio come desiderava il compianto Arnaldo Spaltro.
Vincenzo Tepedino
Agguerriti contro l’egemonia decennale democristiana, assoldata l’alleanza con l’attivissima sezione del PCI¹, presentarono la loro lista scegliendo quale futuro sindaco Filippo De Marco, persona stimata nonchè una delle ultime vecchie guardie socialiste del paese.
Dal suo canto la Democrazia Cristiana, forte del consenso elettorale, dopo anni di spaccature caratterizzanti il decennio appena passato, finalmente ritrovò l’unione.
A fungere da collante l’approdo del generale Giovanni Viviano.
Sindaco e pronto al secondo mandato, dopo anni di militanza tra le fila del PLI col quale tentò l’elezione al senato nel 1963, rivelò ben presto i progetti per il suo futuro politico.
Oltre le amministrative, le consultazioni del 1970 richiamarono l’elettorato anche per le prime elezioni Regionali della storia.
Il generale, conosciuto e stimato anche oltre i confini del paese e della regione, con grandi sogni da realizzare nel suo amatissimo paese, scelse strategicamente lo scudo crociato, il partito di gran lunga più forte su tutta la penisola, per presentare ed ottenere la candidatura alla carica di consigliere regionale.
I socialisti, sempre più decisi a fermare l’inarrestabile ascesa degli avversari, per le Regionali calarono il loro asso nella manica, presentando e candidando Vincenzo Tepedino, conosciuto e stimato medico di famiglia, nonché genero di Arnaldo Spaltro².
Dopo una campagna elettorale accesissima, con la popolazione in fermento e letteralmente divisa, il 07 giugno 1970 le urne parlarono chiaro:

Elezioni amministrative 1970

Elettori 1831
Votanti 1562 (85,31%)
Bianche 58 Nulle 84
______

Democrazia Cristiana
929 voti

Partito Socialista Italiano
534 voti

Alle comunali, come previsto, i socialisti rimediarono una sonora sconfitta con quasi 400 voti di scarto.
Alle regionali, invece, altro discorso.
Viviano mantenne quasi intatto il proprio elettorato, ma molti voti della D.C. traghettarono a favore del candidato socialista Tepedino, il quale oltre a riuscire nell’impresa di ostacolare un ulteriore egemonia democristiana, spianò la strada verso il proprio futuro politico.

Elezioni Regionali 1970

Elettori 1831
Votanti 1593 (87%)
Bianche 29 Nulle 89
______

Giovanni Viviano (DC)
Voti 729 (3266*)

VincenzoTepedino (PSI)
Voti 654 (1559*)

*voti totali

Ovviamente nessuno dei due divenne consigliere regionale, ma entrambi nel giro di un anno evolsero e stravolsero la politica chiaromontese.
Alfredo Tallarico
Viviano nel 1971 rassegnò le dimissioni da sindaco per dedicare tutto il suo tempo al nosocomio del quale era presidente. A ricoprire la carica di Sindaco il suo vice nonché delfino della D.C. Chiaromontese, Alfredo Tallarico.
E i socialisti?
Insieme agli alleati, PCI e PSIUP³, non posarono mai l’ascia di guerra e, determinati e guidati da Tepedino, grazie ad una durissima opposizione, giorno dopo giorno guadagnarono la fiducia dell’elettorato, accendendo così la miccia pronta a far esplodere la più grande battaglia elettorale di Chiaromonte.


Giovani comunisti impegnati
alla preparazione per la prima
Festa del l'unità


Note:

1 – la sezione del PCI, attiva sin dal secondo dopoguerra, dagli anni 60 era gestita perlopiù da giovani e, a detta di popolo, la prima per numero di tesserati almeno sino al 1975.

2 - Arnaldo Spaltro, medico di famiglia, fu uno storico esponente socialista, nonché quasi certamente il politico Chiaromontese più amato della storia.

2 – Il PSIUP, gestito da soli giovani, divenne ufficialmente il terzo alleato del PSI, confluendo nel 1972 in parte nel PCI e in parte nel PSI anche a Chiaromonte.


Fonti:
Ministero dell'Interno, dati elettorali
Archivio Storico Chiaromonte e le sue Storie


Collegamenti:


*Seguite Chiaromonte e le sue Storie sui canali social, dove approfondirò con ulteriori dettagli la storia politica di Chiaromonte*
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QUÈLLË IÈRË NÈVË – Chiaromonte e le neve del ‘56

Di G. D. Amendolara e Pinuccio Armenti
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi


Chiërëmòndë ca nèvë
di Giovanni Monaco

E ducë ducë, senza fǽ rëmòrë
cadìë a nævë ndu paìsë e fòrë,
e na scësciuèllë të scrëvìë ndu còrë
a chiù bella pòesìë d'amòrë.
A strìttuwë, chiàzzë e cæsë
nu lënzùlë iànghë stënnìë,
e gunë chiù grànnë ancòrë
u stënnìë pë fòrë,
e mëttìë cappièllë a campanìlë e chièsië,
ca su tëniènë spìssë pë nu mèsë.
Ma së daìndë u munumèndë tu trasièsë,
truvàvësë a Catarìnë assàië cundèndë
d'avè cangiætë u pànnë nìgurë du chiàndë
cu nu vëstìtë nuòvë tuttë iànghë,
e a quìllu guàgnënièllë a ièllë appëzzëcǽtë
ièrë còmë n'avìssënë accattǽtë nu gëlætë,
ma së l'uòcchijë tòië të scappàvënë da vàscë,
addò na vòtë cræpë e pècurë iènë a pàscë,
vëdièsë gulìvë, mènnuwë e cëprièssë
ca stèssa faccia iànghë ncëpriætë
dë nèva frèšca c'àvië appèna nætë,
ma së l'uòcchijë së gëràvënë a punèndë,
addò vànë a rëpusæ frùšcuwë e gèndë,
të vënìë dë fròndë a te nu quætrë
ca maië nësciùnë chiù bèllë u putìë fǽ,
pëcchè c’è vuòstë tanta tièmbë pu pëttǽ,
cu càucë, pètrë e mattùnë e tàntë sëdòrë
che i gèndë nuòstë ennë cacciætë da fòrë,
e che nësciùnë mò po ghì a sciùllǽ,
pëcchè na còpië a tènghë daìndë u còrë,
e non ma pòzzë chiu scurdà.
Oh che poesìë ca ièrë u paìsë mìë
quànnë nda chiàzzë vëstùtë dë iànghë issìë.

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Cartolina con scatto di fine anni 50


Di G.D. Amendolara


Delle nevicate passate ne parlo spesso.
Forse per nostalgia o semplicemente in ricordo di quei momenti dove Chiaromonte vestito di bianco diveniva fiabesco.
Nonostante i disagi causati, tra i quali le gelate dei giorni successivi, “pëcchè quànnë nèvëchë non fæcë frìddë” soprattutto quando cadeva abbondante, per i nostri avi la neve auspicava un’annata buona, sia nel raccolto che per il bestiame.
Le prime spolverate di novembre divenivano imbiancate o abbondanti a dicembre, proprio mentre le famiglie raccoglievano le olive.
Il fenomeno si intensificava a gennaio, sin dalla prima settimana, nevicando per giorni consecutivi o a altalenanti, peggiorando spesso nei tre giorni della Candelora, cumulando strati che oltrepassavano spesso anche i cinquanta centimetri.
Tutto nella norma, anzi, guai il contrario, un cattivo presagio per l’annata da affrontare, tranne una volta, quando Chiaromonte e i Chiaromontesi si ritrovarono in seria difficoltà, in paese e nelle campagne.
Era il 1956.
Tra la fine di gennaio e la fine di febbraio, quindi per quasi trenta giorni consecutivi, un’ondata di gelo colpì l’Europa, senza tralasciare assolutamente l’Italia.
I Chiaromontesi, abituati a temperature che scendevano anche sotto i -10, si accorsero del fenomeno solo quando cominciò a nevicare.
Copiosa la neve cadde senza sosta per oltre un giorno, c’è chi ricorda anche tre, singhiozzando, sempre copiosamente, nei giorni successivi, con raffiche di vento che trasformarono il fenomeno in tempesta, sotterrando letteralmente diversi tratti del paese e delle campagne.
Tantissime le famiglie rimaste bloccate nelle proprie case, sigillate da veri e propri muri di neve che, a causa del peso, provocarono non pochi danni ai tetti di decine di abitazioni.
Il paese rimase completamente isolato.
La tanto amata neve divenne per una volta da meraviglia incusse paura, tanta, e si trasformò in un problema serio, tanto che il Sindaco Sergio De Judicibus dichiarò lo stato di emergenza richiedendo l’aiuto dell’esercito che, con l’ausilio di elicotteri, lanciarono aiuti di vario genere alla popolazione.
Fu la prima volta che un evento atmosferico straordinario mise a dura prova Chiaromonte.
Persino agli occhi degli anziani dell’epoca apparve incredibile, tanto da rammentare il loro ricordo ogni qualvolta sentivano un lamentìo appena la neve imbiancava il paese, proprio così:

“guna vòtë së n’hæddë accucchiætë tàntë assàië ca dòppë nu para d’òrë non putièmmë iëssì da cæsë”

“pë iëssì u facièmmë da funèstrë dë sòpë”

“parècchië cupërtùrë ònn’hænnë rièttë pë quanta nèvësë c’avìë accucchiætë”

“c’è mìsë nu pærë dëmìsë pë së šquagliæ’”

“Quèllë ièrë nèvë, michë stë quàttë scësciuèllë ca fænë mò”

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Famiglia che gioca nella neve.
Chiaromonte, fine anni 50 inizi 60.
autore sconosciuto



Di Pinuccio Armenti
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Nel racconto che segue Pinuccio sbaglia data, ma è riferito al 1956, come puntualizza in un commento lasciato sui social.
Buona lettura.


Sono coricato, sto facendo la Dialisi.
Con una mano, quella libera, guardo su Facebook e vedo una foto di Chiaromonte coperta di neve.
Bellissima.
Il mio pensiero vola subito negli anni 1953 o1954, preciso non lo ricordo anche il mese non e' tanto sicuro era Gennaio o Febbraio?
Però ricordo la neve, tanta neve.
Certo la neve a Chiaromonte c’è sempre stata. Non so ora perché manco da tanto.
Torno nel 53 o 54.
Il cielo era grigio scuro.
Zi Giuann Pascarella brontolava già da un paia di giorni. Lui era fissato cu tiemp.
Noi ragazzi come tutte le mattine andammo a scuola, e i primi fiocchi cominciavano a scendere.
Quando uscimmo dalla scuola rimanemmo tutti a bocca aperta. In 4 ore la neve era già cresciuta di una 40ina di cm.
Fiocchi gradi come nu fasciatur. Noi subito incominciamo una vera battaglia a palle di neve.
Arrivati a casa eravamo bagnati come nu pulliciell. Io allora abitavo proprio sotto o meglio al lato della chiesa di San Tommaso. Era un casetta piccola se non ricordo male, era di Carulina a furger.
Verso le 5 di sera era già buio profondo.
Io e mamma continuavamo a spalare per cercare di fare una piccola viuzza per poter uscire di casa.
Ormai era sera inoltrata.
Io vicino al fuoco con le mie sorelle e mamma. Mio Papà era a Tursi e mio fratello ad Alessandria.
Il paese è avvolto in un silenzio da far venire paura. Ogni tanto si sente un cane abbaiare o nu ciucc ragliare.
Ad un tratto va via la luce troppa neve sui fili.
Meno male che siamo forniti di cirogini e resti di candele. Però per risparmiare fuoco e candele andiamo tutti nel lettone di mamma, cosi ci riscaldiamo tutti vicini con il calore del corpo.
Nevica ormai da 3 giorni, con qualche piccola tregua. Le scuole sono chiuse, i pulmann non possono più salire.
A quei tempi chi conosceva gli spazzaneve. La corrente veniva ed andava. Noi incominciavamo ad aver paura.
Tra la chiesa e la nostra casetta il vento aveva fatto accumulare ancora tanta neve.
In dialetto diciem "arrigliatur ". Non potevamo aprire più le finestre e chissà' se il tetto avrebbe retto il peso della neve.
Tutti ci aiutavamo a vicenda a spalare u vicinanz.
Il sindaco, se non ricordo male, don Sergio Deiudicibus, fece venire degli elicotteri che ci buttavano viveri, legna e medicinali. Nda chiazz, allu Timbon, alluMur da Port, alla Temp.
La situazione piano, piano migliorava.
All,jermic si erano attaccati certi candelieri di ghiaccio quasi un metro. Noi ragazzi saltavamo per acchiapparne quache d'uno. Poi lo succhiavamo come se fosse un gelato. Oppure facevemo a zubbett (sorbetta) i grandi con liquore o Strega noi piccoli col decotto di fichi. Hmm, com'era buono.
Ogni tanto usciva il sole, però era ancora tutto gelato.
I giovanotti più grandicelli du Timbon si erano uniti cu chill du Merchet.
Da diret i muri a partire du Munaster fine allu Merchet c’è na discesa bella lunga. Allora non c'erano le pietre come oggi. A furia di scivolare, ma solo con le scarpe, le slitte non li conosceva nessuno. Si prendeva un po’ di slancio e poi giù a capo fitto.
Allora si usavano le scarpe co tacce. Credo che qualcuno sappia ancora che jern i tacce.
I più bravi e spericolati e i più bravi erano Annibale Scradaccione, Gidie ciuccignagno e Chituccca jer du Merchet.
E nui?
Mamma quante cadut.
Potrei scrivere ancora tante cose, ma il tempo della mia Dialisi e finito.
La neve restò fino ai principi di Marzo.
Ricordo mio zio Pascarella che continuò a brontolare anche quando ritornò il sole.

Chiaromonte, Calangone. Nevicata degli anni 50.
Foto Gina Labriola

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Storie correlate

Truònë dë vièrnë


Ringrazio di cuore Ugo Breglia per la concessione del testo pubblicato sul gruppo Sei di Chiaromonte se....
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PËPPÌNË, O PUPPÈTTË E CARNUVÆRË

Di G. D. Amendolara
da un racconto di Franco Ricciardi, il pasticciere
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi

La storia che state per leggere è realmente accaduta tra la metà e la fine degli anni 60.
I nomi sono reali, mentre cognomi e soprannomi sono omessi.
È scritta completamente in dialetto, ovviamente seguita da parafrasi.
Vi auguro buona lettura.

Sfilata con Carnevale. 1983.
Foto Franchino Ricciardi

Iè carnuværë.
Carnaluværë a Chiërëmòntë, u iuòrnë prìmë du mièrcuwëdì do ciènnërë.
Pë ‘nda së vìë murrië dë guagliùnë màšcarætë cu lënzulë, stràzzë viècchië, vèstë dë nànnë, cauzùnë e giacchèttë dë sërànnë, sàcchë dë ràchënë e ancùnë ca fàccë annëgurëcætë chi carëvùnë, carrèiënë ‘nda na carriòlë nu papuaciònnë scëvëndrætë e ca carnuværë chiàmënë.
Cantënë, abballënë e trëppèiënë comë i pullìtrë.
“tènghë na vëgnëcèllë a Sàntu Vìtë, tènghë na vëgnëcèllë a Sàntu Vìtë, Santu Martìnë quant’è carëcætë, Santu Martìnë quant’è carëcætë”.
Accumpàgnënë a canzònë chi cupë cupë fàttë dë buàttë, vëscìchë dë puòrchë e cannuccë, e non manchënë cupièrchië, tièllë, sìcchië e purë ancuna chëtarrèllë.
Che fèstë pu paìsë e purë pë fòrë!
‘Nda na cæsa sìnë e ‘nda n’æta purë, parièntë, amìcë, cumbærë e purë u vëcënànzë s’arrëcrèiënë e s’abbuttënë còmë u papuaciònnë chi guagliùnë carrèinë ‘nda së chìssë, ma non so còmë a quillu povërièllë, ca gorgià lòrë e’nfùnnë, e avìssëmèntë a quantë hæna cancariǽ ancòrë prìmë dë šcattǽ ‘ncuòrpë.
A cæsë dë Marìë e Giuànnë zìnnë non ghiè, ma quànnë amìcë, parièntë, cumbærë e vëcënànzë s’apprësëntënë, ‘mmëtætë o all’antrasàttë, parìë ca s’allarghë e dëvèntë nu palàzzë.
Fòramaguòcchië quant’abbundànzië ch’avìë prëparætë Marìë.
Oh! Bènë mìë…
Maccarunë cu fièrrë ca mullìchë, sauzëzzièllë miènzë curætë da arrùstë e o puppèttë, chìllë dë carnuværë.
Cu lòrë alla tavulë ièrënë ‘mmëtætë Matalènë e Cëccìllë, cumba Cëccìllë e cumma Trësìnë, figlië, nòrë, iènnërë, nëputë e ancun’amichë ca ‘nda cæsë du buòn Gesù non mànchë mæië.
Fërnùtë i maccarùnë, ‘ndramèntë ca Marìë e Matalènë pòrtënë nu piattònë tàntë accussì chìnë chìnë dë puppèttë, abbussënë alla pòrtë.
Assèfaddìë so ò màšchërë, penzënë. O spèttënë còmë a quillu fìglië alluntænë ch’all’antrasàttë së rëcòglië alla cæsë.
Graputë a pòrtë a Pëppënùzzæ gænë ‘nnanzë, ca mašcariætë non ghiè, ma còmë a nu fìglië u vònë bènë.
Iùstë iùstë pi puppèttë hæddë arrëvætë, còmë s’avèrë s’addòrë avìssë ‘mmëtætë.
Spìssë e vulëntièrë iè alla casa lòrë, cu mëstièrë s’hædda ‘mbaræ apprièssë a Giuànnë, ma còmë a n’ospëtë Marìë u tràttë, e fàttë assëttæ i puppèttë u ‘mmìtë a mangiæ.
“Iustë duië zia Marì” në dìcë alla crëstiænë.
O puppèttë dë Carnuværë Marìë o facìë ancòrë all’antìchë. Pænë, cæsë, gòvë, pëtrusìnë, sælë, suchë dë puòrchë e suppërsætë o sazìzzë ‘nda ‘nzògnë allacciætë e, së non mancævë, purë nu picchë dë lardëcièllë, sèmpë allacciætë.
U piàttë, sèmpë a gusë antìchë, u mëttë alla tavulë accussì chë aghëgnùnë së pìglië chìllë ca vò.
Accussì, chi duië, chi tre, chi purë cinchë si mangë, ma pëcchè pòstë pu sauzìzzë da arrùstë ‘ndu stòmmëchë hænna rëmanè.
Pëppìnë, ‘nvècë, i duië s’ha mangætë apprìmë. Po’ hænë dëvëntætë cinchë, e po’ gottë e diècë ‘nduttë. Ætëfafùttë purë dudëcë c’hænë trasùtë ‘nda ventra suië, e quìnnëcë pure…
“manumalë duië ‘ndùttë” në dìcë Marìë.
‘Ndu frattièmpë cumba Cëccìllë u ‘ncumìncë a guardǽ ca pærë quàsë quàsë šchëfætë, e ndramèntë o puppètë so vìntë, vëntëtrè, vëntësèttë.
Sèmpë cumba Cëccìllë, ca cìttë non sapë stǽ, mo u guǽrdë malamèntë.
“Uè Pëppì, cu càzzë ca të ‘mmìtë alla cæsa mìë”, në dìcë, ‘ndramèntë chi puppèttë ca s’è frëcætë hænë dëvëntætë trentacìnchë.
U sauzëzzìèllë arrùstë ducë ducë alla vràscë.
Pëppìnë è fërnùtë dë mangiǽ, o puppèttë, cu sauzìzze mìchë ciu rëmænë.
Abbùssënë alla pòrtë.
So o màšchërë, manumælë. Mo si che iè festa grannë ‘nda cæsë dë Giuànnë e Marìë.
Tra na canzònë e n’ætë accumpagnætë purë du rëganèttë dë Cëccìllë e da chëtàrrë dë Francùccë, cu Pëppìnë ch’a mumèntë pærë Carnuværë carriætë di guagliùnë miènzë a së vìë, iè già cræië, e ca vèntra chiènë tuttë o ‘mmëtætë së rëcògliënë alla cæsë, cu pënzièrë do ciènnërë e dë stæ dëiùmë, o alëmmìnë dë non mangiǽ carnë, ca pë nu iuòrnë non së mòrë.


È carnevale.
Il martedì grasso a Chiaromonte, il giorno prima del mercoledì delle ceneri.
Tra le vie, intere compagnie di ragazzi mascherati con lenzuola, stacci vecchi, vesti delle nonne, pantaloni e giacchette dei nonni, sacchi di iuta e qualcuno con la faccia annerita coi carboni, trasportano in una carriola un pupazzo con la pancia esplosa e che chiamano Carnevale.
Cantano, ballano e saltellano come i puledri.
“tènghë na vëgnëcèllë a Sàntu Vìtë, tènghë na vëgnëcèllë a Sàntu Vìtë, Santu Martìnë quant’è carëcætë, Santu Martìnë quant’è carëcætë”.
Accompagnano la canzone con i cupa cupa fatti con barattoli di latta, vescica di maiale e cannucce, e non mancano coperchi, pentole, secchi e anche qualche chitarrella.
Che festa nel paese e anche nelle campagne.
In una casa si e in un’altra pure, parenti, amici, compari e anche il vicinato si divertono e s’abbuffano come il pupazzo che i ragazzi trasportano tra le vie, ma non sono come quel poveretto, perché la loro gola è profonda e hai voglia a quanto devono ingurgitare ancora prima di esplodere.
La casa di Maria e Giovanni piccola non è, ma quando amici, parenti, compari e vicinato si presentano, invitati o di sorpresa, pare che s’allarga e diventa un palazzo.
Benedica quant’abbondanza che Maria aveva preparato.
Oh! Bene mio.
Maccheroni col ferro con la mollica, salsiccia in stagionatura da arrostire e le polpette, quelle di carnevale.
Con loro a tavola erano invitati Maddalena e Ciccillo, Compare Ciccillo e comara Teresina, figli, nuore, generi, nipoti e qualche amico che nella casa del buon Gesù non manca mai.
Finiti i maccheroni, mentre Maria e Maddalena portano un piattone grande così pieno pieno di polpette, bussano alla porta.
Finalmente sono le maschere, pensano. Le aspettano come quel figlio lontano e che all’improvviso torna a casa.
Aperta la porta trovano Peppino, che mascherato non è, ma come un figlio vogliono bene.
Giusto giusto per le polpette è arrivato, come se l’odore l’avesse invitato.
Spesso e volentieri è a casa loro, che il mestiere impara insieme a Giovanni, ma come un ospite Maria lo tratta, e fatto sedere le polpette lo invita a mangiare.
“Solo due zia Marì”, dice alla donna.
Le polpette di carnevale Maria le realizza ancora all’antica. Pane, pecorino, uova, prezzemolo, sale, sugo di maiale e soppressa o salsiccia sotto la sugna allacciati, e se non mancava anche del lardo, sempre allacciato.
Il piatto, sempre ad uso antico, lo mette in tavola cosi che ognuno prende quelle che vuole.
Cosi, chi due, chi tre, chi anche cinque le mangia, ma perché posto per la salsiccia da arrostire nello stomaco devono lasciare.
Peppino, invece, le due le ha mangiate dapprima. Poi son diventate cinque, e poi otto e persino dieci. Addirittura anche dodici sono entrate nel suo stomaco, e quindici pure…
“menomale solo due” esclama Maria.
Nel frattempo cumpa Ciccillo comincia ad osservarlo che quasi pare schifarlo, e nel frattempo le polpette sono venti, ventitré, ventisette.
Sempre cumpa Cëccìllë, che non sa tacere, ora lo guarda male.
“Uè Peppì, col cazzo che ti invito a casa mia” gli dice, mentre le polpette mangiate son diventate trentacinque.
La salsiccia arrostisce dolcemente sulla brace.
Peppino ha finito di mangiare, le polpette, che la salsiccia non la lascia mica.
Bussano alla porta.
Sono le maschere, finalmente. Ora si che è festa grande nella casa di Giovanni e Maria.
Tra una canzone e un’altra accompagnati dall’organetto di Ciccillo e la chitarra di Franco, con Peppino che a momenti pare Carnevale trasportato dai ragazzi tra le vie, è già domani, e sazi tutti gli invitati rientrano a casa, col pensiero delle ceneri e di digiunare, o quantomeno di non mangiare carne, perché per un giorno non si muore.

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Storie collegate


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NATALE 1985



Di G. D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi


La neve di Natale 1985


Nota: il ricordo che state per leggere, e i dettagli ad esso annessi, sono frutto di un lavoro d'impulso, quindi veloce. Presenta sicuramente qualche errore ortografico, ma nel pochissimo tempo a disposizione il desiderio di condivisione sorpassava di gran lungo tutto il resto.
Vi auguro buona lettura.


24 dicembre 1985.
Una vigilia di Natale come le altre, almeno sino ad allora.
Freddo, nemmeno tanto, molto strano per quei tempi dagli autunno che parevano inverni e con i cannuièrë penzolanti sin da metà mese anche senza neve.
Il cielo sin dal mattino non prometteva bene. Strano, dallo sfondo bianco con banchi di nuvole grigie che lentamente attraversavano Chiaromonte. Pareva cielo da neve, ma troppo aperto per regalare la speranza di un bianco Natale come non accadeva da anni.
Calato il buio, a casa nostra il fuoco nel camino, in procinto di estinguersi in attesa della posa del Ceppo di Natale, coi suoi ultimi tizzoni cominciò a scaldare come se alimentato da chissà quanta legna.
“U fuòchë còcë” esclamò la nonna. “Avìssa nëvëcæ?”.
Lo diceva tutte le volte che il fuoco era “caldo assai”, scatenando curiosità in noi bambini che correvamo impazziti alla finestra che affaccia sul Purtiello, rimanendo puntualmente delusi, ma non quella sera.
Le urla di gioia confermarono le previsioni del fuoco. Nevicava, e anche bene.
I fiocchi caddero copiosamente continuando tutta sera e anche la notte.
Ci risvegliammo sotto un manto di neve spesso oltre 50 cm, chi la misurò dice addirittura 65.
Era Natale, finalmente il bianco Natale, e Chiaromonte vestito di bianco pareva il presepe più bello del mondo.
La neve durò intatta alcuni giorni.
Cominciò a sciogliersi il 28 dicembre a causa di un misto pioggia-neve, nèva fràcëdë come diciamo in dialetto.
Quella meravigliosa sorpresa parve quasi un preavviso di ciò che accadde due mesi più tardi, esattamente la notte tra l’11 e il 12 febbraio del 1986, con la nevicata straordinaria caduta tra il centro e parte del sud Italia, inclusa Chiaromonte.
La nevicata del 24 dicembre 1985 regalò tanta gioia nei Chiaromontesi, soprattutto nei bambini e nei ragazzi.
Da allora, seppur non con lo stesso effetto, ci furono altri bianco Natale.
Nel 2001 nevicò abbondantemente fino agli inizi della seconda metà di dicembre. Passammo il Natale con qualche chiazza di neve sparsa tra il paese e parte delle campagne.
Nel 2003 invece di neve ne cadde tanta, ma il 23 dicembre, mentre il 24 dicembre 2024 cominciò a nevicare sin dalle prime ore del mattino, sciogliendosi poi in un nonnulla a causa della pioggia caduta il giorno stesso.
Non dimentichiamo nemmeno il 1973, quando di neve ne cadde in abbondanza sin dai primi del mese, e da menzionare è anche il 1987, quando durante la rappresentazione del presente vivente in piazza, qualche chicco di neve lasciò ben sperare, ma passammo il giorno di Natale con una bella giornata di sole.
La spolverata del 1987

La nevicata del 1985, seppur creò qualche disagio, rimase impressa nella memoria di tantissimi Chiaromontesi.
Un evento non raro quello della neve, seppur negli anni 80 e 90 la sua mancanza non faceva sentire.
Oggi la neve è ormai un illusione di un giorno o due al massimo, sempre a gennaio, e la pioggia la porta via come se nulla fosse.
Chissà mai se rivedremo un Bianco Natale.
La storia insegna che tutto passa, tutto cambia ma soprattutto tutto torna, proprio come la neve a Natale sul presepe più bello del mondo.

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U MUNACIÈLLË, storia e leggenda nel folklore Chiaromontese

di G.D. Amendolara
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Storia inserita in Archivio > Arræsë u fuòchë


Povera quella creatura innocente volata in cielo senza battesimo.
Munacièllë torna in terra, pronto a sfogare il tormento che lo tortura.
È piccolo, proprio come un bambino, e porta fisso in testa un cappuccio rosso a punta come quello dei monaci. Cosi lo descrivono le testimonianze.
Prende dimora e si nasconde nel buio dei solai delle case di chi piange il nascituro trapassato senza il primo sacramento, disturbando ogni attimo della loro vita.
Di giorno rivela la sua presenza camminando, correndo, saltellando e spostando cose, proprio come un bambino dispettoso, e sempre nascosto nel solaio.
Di notte, invece, appena le vittime cadono nel sonno profondo, dal solaio esce ed è ancor più tremendo delle ore diurne.
Saltella sulle loro pance trasformando i loro sogni in incubi e, non contento, scompiglia ogni angolo della casa. Nel peggiore dei casi provoca carestie e indispettisce gli animali di famiglia portandoli fino alla pazzia e anche alla morte.
Cambiare casa per allontanarlo è inutile. Ad essere maledette non sono le quattro mura:

“Addò væië tu”, chiese il capofamiglia accortosi du munacièllë dietro di loro
mentre raggiungevano la nuova dimora.
“Dove vado? Con voi… non si cambia casa?”
rispose dispettoso e indispettito l’esserino malefico.¹

È una maledizione u munacièllë, ma a differenza delle simili per scacciarla non abbisogna ne di preghiere e tantomeno di riti e formule magiche.
Basta colpire il suo punto debole, quindi privarlo del cappuccio rosso a punta.
Indebolito chiederà indietro il suo cappuccio con suppliche, lacrime e tante bugie.
Cedere al suo falso dolore rendendogli il cappuccio lo incattivisce.
Resistere, seppur difficile, lo condannerebbe alla morte, privandolo anche del piccolo tesoro che nel cappuccio nasconde…

In questo scorcio della Chiazzolla
hanno luogo diverse storie legate
alla figura du munacièllë.
Foto Agnesina Pozzi
La leggenda du munacièllë si perde nel tempo anche a Chiaromonte.
Risale probabilmente all’epoca dei romani, enfatizzato poi dalla forte influenza partenopea sui nostri usi e costumi.
U munacièllë appartiene alla vastissima famiglia di folletti e gnomi del folklore italiano ed europeo, e su di esso, come per i suoi simili, di storie se ne narrano a bizzeffe anche in paese.
In molte di queste è collegato ai bambini dove in alcune è benevolo e giocherellone. In altre appare ai bambini per indispettirli quando sono disobbedienti, e in altre di loro è preda quando cercano di rubargli le monete d’oro che conserva nel cappuccio rosso a punta.

“Viè quǽ’” mi chiedeva la nonna. “Së alluònghë a cæpë ‘nda fucàgnë vìdësë o pièdë du munacièllë”.

Sotto il castello
uno dei posti dove dicono
si veda u munacièllë 
Come u papònnë e u mammònë, anche u munacièllë pare frutto della fantasia degli adulti, sempre pronti a spaventare i bambini vivaci e indisciplinati.
D’altronde egli stesso è un bambino, un’anima innocente reincarnata pronta a vendicarsi contro chi, incurante, gli ha negato il paradiso.
È una creatura del buio, ripudia la luce.
Nel nostro folklore non è benevolo, assolutamente no, nemmeno quando lo raccontano in compagnia dei bambini.
È persino messaggero della morte, annunciandone l’arrivo mostrando i suoi piedi fuori o dentro le case, che siano o no maledette dalla sua presenza.
Quindi può anche non avere vittime prescelte?
No, ma anche si, da come narrano le testimonianze raccolte.
C’è chi lo narra fuggitivo e morente appena perduto il cappuccio, e chi racconta di averlo visto aggirarsi tra la Chiazzolla e San Tommaso, dove si rifugia in attesa di nuove case da tormentare.
Come sempre, anche pu munacièllë la verità sta nel mezzo, e sino a prova contraria rimane frutto della fantasia dei nostri avi, una leggenda che in questi tempi non trova posto tra i nostri interessi.
Ma se vi dicessi che più di una testimonianza recente attesta esattamente il contrario? Che le leggende, infine, hanno sempre quel pizzico di verità che riemerge quando meno te lo aspetti?
Chiacchiere, direte.
Spiegatemi allora i rumori provenire dal piano di sopra, gli oggetti a terra ritrovati al mattino, le reazioni anomale che spesso riscontriamo negli animali e altre coincidenze che accadono tra le mura di casa.
Mistero? O semplicemente la mano di un esserino che porta fisso in testa un cappuccio rosso a punta?

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Note
1. Storia narrata in Chiaromonte. Economia, amministrazione pubblica, cultura di F. Elefante 1990


Fonti
- Chiaromonte. Economia, amministrazione pubblica, cultura di F. Elefante 1990
- Archivio storico personale
- Notizie varie sparse sul web

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SETTEMBRE

Di G. D. Amendolara
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Storia inserita in archivio > Storie Chiaromontesi

Il chiosco di sera a metà anni 90.
Foto archivio fam. Amendolara Franco

Com’è strano.
Solo pochi giorni fa dicevano “quànnë vo furnì agustë”, e adesso ch’è passato lo spaesamento regna dappertutto.
Lo sentono anche le ultime rondini che svolazzano in cielo. Il loro garrito non infastidisce più e annuncia il silenzio dei mesi a venire; partono verso luoghi più caldi, noi, invece, restiamo qui dove ci attende chissà quale autunno.
Già da qualche settimana qualcuno indossa indumenti a maniche lunghe.
“Agustë cæpë dë vièrnë” si dice, ma è settembre, e oltre il calendario lo conferma il fresco, soprattutto la sera.
L’ora di cena si avvicina e le giornate si accorciano ogni giorno di più.
Le macchine in strada hanno già i fari accesi. Sono tante e la discesa dell’ospedale è un continuo via vai.
Al chiosco gli ultimi avventori della giornata sono seduti sulle poche sedie all’esterno o sulla ringhiera, sorseggiando una birra fresca o semplicemente scambiando due chiacchiere.
Dall’interno il vocifero lascia intendere le classiche discussioni calcistiche tra Giovanni e i clienti, un classico, mentre al calcetto i ragazzi giocano come se agosto non fosse mai passato.
Che sensazione.
Poca gente in giro.
Passeggiano come sempre. Il corso è sempre frequentato anche a dicembre col freddo che ti entra nelle ossa, ma adesso è diverso, ripeto, è settembre e la sensazione di vuoto ha un peso inevitabile.
L’unica nota positiva è trovare posto per sedersi quasi ovunque, cosi come dove appartarsi senza la paura di essere sgamati da qualcuno, come allo zampillo dove le macchine non mancano mai.
Molte ora sono rifugio di chi qualche settimana prima lo animava. Chi invece siede su quel che resta delle panchine o sulla gradinata, si perde perlopiù in lunghi attimi di silenzio nel ricordo dei giorni appena passati.

Rintoccano le campane. Avvisano che l’ora del rientro si avvicina.
È buio, addio giornate lunghe.
Anche i lampioni, come i fari delle macchine, ora sono tutti accesi.
La piazza si svuota man mano, e la sensazione di vuoto pesa più che altrove.
È sicuramente colpa del palco appena smontato, delle scorze delle noccioline incastrate negli incavi dei sampietrini e dei manifesti del “E… State a Chiaromonte” ancora sparsi tra le mura e le attività commerciali.
Sui tubbë ormai non siede più nessuno, nemmeno sulle panchine, perché il piatto chiama e si torna a casa.
Rientrano Cëccìllë u portalèttërë e sua moglie Rosa. Sino ad ora son rimasti parcheggiati nella 127 sport di fianco alla pensilina, seguiti o anticipati dai soliti che sostano in macchina tra il fruttivendolo e Pierina Puppo.
Chiudono finalmente i negozi dopo aver servito i soliti ritardatari, mentre nei bar e nel tabacchino di Egidio qualcuno ha smarrito la via di casa.
In verità di gente ne trovi in giro anche dopo cena.
Sono perlopiù ragazzi ancora liberi dall’impegno della scuola, e non manca qualche adulto che approfitta del tempo mite prima del lungo autunno che sta per arrivare.
Tra le 22.00 e le 23.00, però, con la chiusura dei bar e di Egidio in piazza, Alberto che passa col motorino dal Purtiello e il rombo della 500 di Giovanni che chiuso il chiosco torna a casa, cala finalmente la notte su Chiaromonte.
Agosto è passato, passætë u Sàndë, fërnutë a fèstë.
Ora è settembre, sono gli anni 90, e il paese rivestito di nostalgia si addormenta con la speranza che agosto venturo arrivi il prima possibile.

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Storie correlate

Ghièrë staggiònë

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E... STATE A CHIAROMONTE - parte 2

AGOSTO, LE FESTE E GLI ANNI 90

Di G. D. Amendolara
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Festival delle Voci Nuove 1996


Chiaromonte, anni 90.
Passato San Giovanni a giugno, agosto diveniva priorità.
Gli anni 80 con i festival dell’Amicizia, le feste dell’Avanti, tante altre manifestazioni e le serate di San Giovanni allietate con nomi del calibro di Little Tony, I Camaleonti e l’allora famosissimo Giampiero Artegiani, nel nuovo decennio caricarono nel migliore dei modi i Chiaromontesi.
Col rientro in massa degli emigrati, quindi l’arrivo di decine di giovani dalle grandi città dove il tempo scorreva veloce, i trentuno giorni più vivi di Chiaromonte richiedevano massima attenzione e partecipazione, e alla convocazione straordinaria in Comune, proprio dopo San Giovanni a giugno, nessuno veniva escluso per organizzare il calendario delle feste di agosto.
La locandina delle feste del 1990

“Chi vènë a San Giuànnë?”

L’E… STATE A CHIAROMONTE¹, il manifesto delle feste, sin dalle ultime settimane di luglio invadeva ogni angolo del paese, incluse le case.
Gli occhi cadevano direttamente sul 29, la festa più grande dell’anno, il motivo in più del rientro degli emigrati. Per le altre bastava un’occhiata veloce e un che fænë goië giornaliero.
Il mese lo apriva spesso un evento sportivo, di solito un torneo di calcetto².
Nel 1990 invece ci pensò una rappresentazione di boxe in piazza.
Altri eventi sportivi nel corso del mese non mancavano, dai tornei di tennis a quelli di calcio al campo sportivo.
Il festival dell’Amicizia da qualche anno non si teneva più.
La festa dell’Avanti invece continuò fino al 1991 con le sue riffe dai premi ricchi³ e il concerto della Strana Società nel 1990.
Le serate teatrali e musicali, in piazza e ‘ndi strittuwë, trovavano sempre il loro spazio nel calendario, cosi come gli spettacoli di intrattenimento vario.
Da inizio mese partivano i pomeriggi e le serate cinematografiche al centro visite, in verità poco seguite, al contrario dei convegni e delle presentazioni di qualche libro.

Partivano le sagre.
La spaghettata alla Turrë da Spichë, quella dell’anguria in piazza (un anno solo), quella del soffritto, se non sbaglio del coniglio e qualcun’altra che certamente dimentico.
Il 15 agosto 1990, invece, da un’idea del gruppo musicale “La Nuova Immagine” (allora l’agrifoglio), in collaborazione con il Comune, nasceva la sagra più importante e storica del paese, quella di Laghënë e Fasulë⁴.
La Nuova Immagine al Catarozzolo
per Laghënë e Fasulë 1993

Locandina
della caccia al tesoro
multimediale
Immancabile la caccia al tesoro.
Coinvolgeva non pochi squadroni di giovani tenendo sveglio il paese fino alla scoperta del tesoro.
Nel frattempo Piero Cicale e Massimo Sassano ne organizzarono diverse multimediali, un’innovazione a passo coi tempi e col diffondersi dei PC nelle case dei Chiaromontesi…

Erano gli anni 90.
C’era tanta voglia di divertirsi, partecipare e rendere partecipi.
Il gruppo 0 POSITIVO, seppur per poco, si contraddistinse sin da subito con la realizzazione di un murales colorato sotto il Palazzo degli Uffici, mentre si preparava a diverse altre manifestazioni nel corso dell'agosto 96.
Il gruppo musicale La Nuova Immagine dal 1990, occupando anche sino a tre serate, con ben quattordici edizioni di fila dava vita ad una delle manifestazioni più longeve degli agosto Chiaromontesi: il festival delle voci nuove.
Agglutination 97
Nel 1995 invece, con le prime due edizioni svoltesi in piazza, nasceva l’Agglutination Metal Festival, divenuto famoso in tutto il mondo dalla terza che portò in paese diverse migliaia di amanti del genere.
Collegato alle prime edizioni del festival si teneva in piazza il MOTOM, un motoraduno organizzato da Agnesina Pozzi.
Agnesina Pozzi durante il MOTOM
Nasceva il premio della poesia, l’estemporanea d’arte partecipata da decine di artisti e l’esposizione cinofila con ben quattro edizioni, mentre l’ultima settimana di agosto, non sul calendario, al timpone Giovanni Monaco invitava tutto il paese alla ormai storica festa du strìttuwë.
La festa della Madonna del Sagittario avviava Chiaromonte verso l’ultima settimana di Agosto.
A proposito di feste.
Non posso non menzionare i matrimoni. Tanti, da influenzare le date del manifesto delle feste, ma talmente belli che riempivano la piazza di gente accorsa a vedere la sposa.
I tre vigili in posa davanti al busto
del generale Giovanni Viviano.
1993
Altro evento da ricordare degli agosto degli anni 90 è la scoperta del busto in memoria del generale Giovanni Viviano il 28 agosto 1993⁵ all’ospedale, con la presenza delle autorità militari, ecclesiastiche, politiche e di tantissima gente.
E arrivava Sàn Giuànnë.
Che festa!
Che feste, perché quelle degli anni 90 non solo chiudevano gli agosto di tutto il circondario con le processioni partecipatissime e i concerti che riempivano all’inverosimile il paese, ma con gli ultimi tre colpi dei fuochi d’artificio e i cuori colmi di tristezza mettevano la parola fine all’estate e inizio al ritorno della solita routine.

Finiva cosi agosto negli anni 90.
Passætë u Sàndë passætë a fèstë, ma a chiudere i trentuno giorni più vivi di Chiaromonte ci pensava spesso un torneo di calcetto, proprio come in apertura, mentre già dal 30 il paese si ritrovava nello spaesamento che lo portava dritto a settembre, all’inizio di un nuovo ciclo composto da un solo ingrediente, la nostalgia, e quanta.

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Note

1 - Chiamato cosi per diversi anni
2 - dal 1990 non si tenevano più in piazza ma nel nuovo campetto alle scuole medie
3 - sia nel 1990 che nel 1991 misero in palio delle automobili, una Panda e una 500
4 - dal 1990 al 1992 si tenne il 15 agosto, dal 93 invece passò al 14. dal 1997, invece, passò dal Catarozzolo a Piazza Mercato
5 - Leggi Storia Politica parte 2
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E... STATE A CHIAROMONTE - parte 1

AGOSTO, LA NOSTALGIA E GLI ANNI 90

Di G. D. Amendolara
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Inserita in Archivio > Storie Chiaromontesi

Chiaromonte, 1997 circa.
Si nota nella foto la chiesa in restauro


Agosto, anni 90.
Lo ricordo mite col suo clima sopportabile.
Era il mese delle ferie ma le giornate cominciavano ben presto, almeno nella prima quindicina.
Al suono della sirena delle otto, in fila ancor prima dell’apertura, mamme e nonne assaltavano gli alimentari, mentre il caos mattutino di auto e mezzi in piazza rendeva vani il senso unico e il divieto di transito agli autobus in vigore per tutto il mese.
A peggiorare il tutto il palco, quel cataplasma di tavoloni e tubi di acciaio che restringeva drasticamente lo spazio e dimezzava i parcheggi presenti.
Ah! A proposito di piazza e palco: ricordate quando nei primi anni del decennio sulla facciata dei Donadio, installato da Flash, uno schermo LCD rosso informava degli eventi in arrivo?¹
Movimentati anche gran parte dei vicoli, tra cantieri aperti almeno sino a ferragosto, il viavai di trerruote, mezzi da lavoro, moto e motorini, senza dimenticare gli ambulanti, si, sempre loro, pannacciari, marocchini e camion con megafoni attaccati dalle ingiurie di chi cercava di riposare un po’ di più.
Dallo zampillo i bus per il mare partivano ormai mezzi vuoti. A raggiungerlo, il mare, soprattutto i giovani in compagnia, mentre quelli che rimanevano in paese uscivano in tarda mattinata, inclusi quelli che, desiderosi di trovare la musicassetta tanto desiderata, accorrevano dal marocchino di fianco al chiosco da dove, ormai simbolicamente, il primo schiocco della pallina del biliardino dava sia fine alle mattinate che inizio ai pomeriggi estivi Chiaromontesi…
La strada che dal chiosco porta allo zampillo,
negli anni 90, alla controra, l'unico momento non trafficata
e senza gente in giro

Il paese trovava pace solamente durante la controra.
A differenza degli anni 80 i giovani non attendevano alcun segnale per uscire².
La sirena delle cinque, sempre sotto gli scongiuri di chi seduto in piazza non la sopportava, indicava ormai solamente l’ora.
Le ore pomeridiane animavano ogni angolo del paese, anche quelli ormai disabitati e ora ravvivati dagli emigrati rientrati per le ferie.
Trovare uno spazio silenzioso o isolato era quasi del tutto impossibile.
Il punto d’incontro preferito dai giovani e da chi lo era nel decennio precedente rimaneva lo zampillo, anche se non più pieno come nei suoi anni d’oro.
Partivano così le passeggiate lungo il corso, su e giù dai parcheggi al chiosco spesso senza mai fermarsi, perché sostare da qualche parte richiedeva un miracolo.
Pieno ogni spazio. La villetta, lo zampillo e il guard-rail, il monumento, le due sedute incavate alla curva della villa e anche il pianerottolo davanti al tabacchino e la fioraia. Pieni i parcheggi, tutti, difficile da trovarne uno, e piene le strade anche di pazzi pronti a sfogarsi con i loro mezzi a due e quattro ruote, perché negli anni 90 il boom degli scooter, delle moto di grossa cilindrata e delle auto sportive coinvolse anche Chiaromonte.
Pieno anche il chiosco, in particolare di chi giocava a biliardino e chi attendeva pazientemente il proprio turno. Pieni anche gli altri bar, la gelateria “da Pasquale” e anche il palco in piazza, sopra dai giocatori di carte e sotto di bambini che impazziti giocavano in quel groviglio di tubi d’acciaio, mentre nei vicoli i loro simili, senza escludere gli adolescenti, si sbizzarrivano con giochi di vario tipo e le battaglie coi gavettoni tanto odiate dagli anziani e dai malcapitati.
Con l’ora di cena scattava la tregua, ma non per tutti i giovani.
Rientrati per confermare di ricordare la via di casa³ e per cambiarsi, si ritrovavano per una pizza in paese o anche fuori⁴, oppure restavano semplicemente in giro.
In piazza e in altri posti cominciavano le feste dell’agosto Chiaromontese, tutte elencate nella locandina dal titolo “E… State a Chiaromonte”.
Riscuotevano un buon successo rispecchiando la piacevole semplicità di quegli anni, accontentando quasi tutti, incluso chi spesso preferiva rimanere davanti casa a raccontarsela coi parenti e il vicinato, circondato dalle urla dë tuttë chìllë murrië dë guagliùnë che, instancabili, riprendevano a giocare.
Anche chi rientrava dalla serata, soprattutto i giovani, spesso si soffermava davanti casa di qualcuno. 
Tra una chiacchierata, una sfogliata di ricordi, canzoni accompagnate non poche volte da una chitarra, una spaghettata "di mezzanotte" o l’attesa davanti al forno di Prospero Rossi per un pezzo di pizza al pomodoro appena sformato, a notte inoltrata, spesso quasi mattina, chiudevano ufficialmente le giornate dell’agosto Chiaromontese.

Era agosto, erano gli anni 90.
Tornavano a riempirsi le case e a rivivere quelle chiuse da un anno.
Inconsapevoli i chiaromontesi vivevano l’ultimo decennio fiorente della propria storia, con fervore, passione e partecipazione.
Di cose da raccontare ce ne sarebbero ancora, ma di tempo ce n’è ancora, per questo per adesso mi fermo qui a ricordare i trentuno giorni più belli di Chiaromonte.
Ah! Vero, dimenticavo le feste…

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Note

1 - Lo schermo LCD veniva installato da Flash, ed era lo stesso affisso sulla parete della sua casa, nonché anche sede del negozio in San Pasquale
2 - Negli anni 80 la sirena delle diciassette dava inizio ai pomeriggi. 
3 - non të scurdǽ a vië da cæsë è un termine utilizzato per ordinare ai giovani di casa che quando è ora deve rientrare
4 - A Chiaromonte agli inizi degli anni 90 le pizzerie erano due, "La Terrazza" e il "Golden Coq Pub". Nel 1994 aprì "la Coccinella" e rimase l'unica in paese sino al 2004. I ragazzi, quelli che potevano, andavano anche volentieri a Fardella (dove potevano guardare anche le partite) e a Teana, in due pizzerie storiche dei paesi.
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Storie collegate

GHIÈRË STAGGIÒNË l’inizio dell’estate negli anni 80

Di G. D. Amendolara
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Inserita in Archivio > Storie Chiaromontesi

Torneo di calcetto fine anni 80 vinto dal bar 2000
di Giovanni Sarubbi.
In foto: dietro Mariano Masciarelli, Pino Percoco, Giovanni Sarubbi,
Mario Grossi, Alfredo Murro. Davanti, Tonino Puppo, Fabrizio De Marco Grandinetti.
Foto: Fam. Giovanni Sarubbi

La storia contiene termini dialettali.
Alla fine del testo la traduzione dei termini ritenuti incomprensibili


Giugno, anni 80.
Passato San Giovanni iniziavano le vacanze per ragazzi e bambini di quel decennio fantastico.
Nessuna nostalgia per la festa e tutto il suo contorno, dalla fiera al luna park. Avevano altro a cui pensare, e poi il paese tutti i giorni ièrë na fèrë¹, soprattutto in piazza e dintorni grazie agli ambulanti abituali che occupavano ogni angolo disponibile: Nicola u Sënësærë al palazzo dei Cuccarese, Gësèppë u Sënësærë sottë a chiànghë d’Artùrë come u pëscëvènnuwë, u Tursëtænë alla Còstë e Sciambiònë ‘nda chiàzzë con la sua bancarella coperta dall’ombrellone blu-arancio ormai sbiadito dal tempo.
La sirena delle otto ufficializzava l’inizio della giornata, anche se il paese era sveglio già da qualche ora.
Da un momento all’altro Pascælë u bannëtòrë col suo “ATTENZIONE!”, rigorosamente dopo vari colpi di prova al microfono, gettava il bando annunciando spesso l’interruzione idrica, incompresa in quei giugno tanto piovosi.
Accummënzævë accussì n’ata fèrë, ‘ndi strìttuwë però, coi camion “I PATAN, I PATAN A CINQ MILA LIR O CHIL” e “MOBILI VECCHIA, ROBA VECCHIA”, e gli ambulanti a piedi come i pannacciari pugliesi, i venditori di scope e i marocchini² che con il loro YEP speravano di vendere almeno uno dë tuttë chìllë struòglië trasportati a spalla.
La buona stagione scatenava anche i cantieri all’aperto, a decine. Sia all’esterno che all’interno i màstrë accompagnavano i colpi dë cucchiærë e le impastate di cemento con fischiate e canzoni incomprensibili, e mentre alle fontane, Tuwuë e Grùttë dë l’Acquë in primis, si formavano le file per raccogliere l’acqua, arrivava mezzogiorno, mënævë nu truònë e pësciævë a gallìnë.
Chiaromonte. Pomeriggio metà anni 80

La sirena delle cinque, sovrastata dal giocoso garrito delle rondinelle che riempivano il cielo del paese, annunciava l’inizio dei pomeriggi Chiaromontesi, aggraziati dalla frescura di quei tempi. Infatti, non era insolito vedere qualcuno indossare le maniche lunghe. In verità gli anziani non rinunciavano ne al maglioncino e tantomeno alla giacca nemmeno ad agosto.
Gli anziani in piazza sempre con la giacca,
anche ad agosto.

Si radunavano i giovani.
Il punto d’incontro principale era lo zampillo, ma li trovavi ovunque, tra una passeggiata, la sosta al monumento, molteplici partite al biliardino al chiosco, con motorini o in bici, giocate a pallone in strada o proprio allo zampillo, un gelato a “La Terrazza” o da Nicola Donadio, una partita ai videogames da Sarubbi, Antonio o Cacchiònë, o tra i vicoli a giocare a qualsiasi cosa in qualsiasi posto e a qualsiasi rischio perché non pochi erano i palloni bucati, le sgridate e le minacce subite, ma anche i vetri rotti, i vasi spazzati in aria e quelle pallonate che povero chi finiva sotto un tiro maldestro.
No! Non sto inventando niente. Il paese era completamente vivo e in continuo fermento. E se lo era…
Giro di Basilicata, 1987.
Foto archivio fam. Amendolara Franco

A giorni rientravano i fuori sede³ e arrivavano i primi “turisti”⁴.
Cominciavano le “colonie giornaliere” per il mare, passava quasi certamente una tappa del giro di Basilicata (una festa per i più giovani pronti ad accaparrare quanti più gadget possibili), arrivava il circo al campo sportivo e iniziavano i tornei di calcetto in piazza, quelli dove i giocatori cercavano soprattutto di non volare dalle scale della chiesa, e se non sbaglio anche qualche edizione dei giochi della gioventù.
Torneo di calcetto in piazza. Fine anni 80.
Foto fam. Giovanni Sarubbi

Ripeto: non c’era spazio per la nostalgia della festa appena passata.
Era giugno, gli ultimi suoi giorni, iniziava ufficialmente l’estate, ghièrë staggiònë, e il meglio stava per arrivare.
La piazza in attesa del Giro di Basilicata. 1987.
Foto archivio fam. Franco Amendolara

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Traduzioni termini ritenuti incomprensibili

chiànghë: macelleria
còstë: è la parete che parte da casa dei Figundio e arriva oggi ai parcheggi
struòglië: stracci o oggetti in generali ammassati o disordinati

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Note
1- espressione dialettale che definisce un momento caotico, spesso il vociferio o rumore continuo e fastidioso
2 - in dialetto con marocchino si identifica chiunque abiti nella fascia del Magreb, che sia Marocchino, Algerino o Tunisino. Spesso vengono chiamati così anche i subsahariani. Non è assolutamente un termine razziale. Anzi, a Chiaromonte vengono addirittura chiamati con un altro termine, cuggì, ovvero cugino.
3 - Fuori sede, in qualità di studenti, in quegli anni ve ne erano pochi. Qualcuno studiava a Maratea o Sant'Arcangelo, ma la stra maggioranza dei ragazzi preferiva Senise o Latronico, facilmente collegati al paese, e pochi erano gli universitari. Dalla metà degli anni 90 si invertì la rotta ed aumentarono sempre più le partenze verso scuole e università fuori regione.
4 - con turisti si identifica (bonariamente) gli emigranti e le loro famiglie che rientrano in estate. 

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Collegamenti alla Storia

E pùrë goië pìscë a gallìnë

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